Il potere della parola rende ciechi
Senza dubbio, il futuro mostrerà che ci sono molte prigioni semantiche in cui siamo oggi rinchiusi, le quali non ci permettono di pensare in modo lucido su molti argomenti di grande importanza. Tra cent’anni sarà chiaro agli storici quali siano queste prigioni, ma a noi oggi questo non è ancora chiaro. Possiamo solo essere abbastanza certi che ce ne siano molte (Aldous Huxley, Language, 1959)1.
Vari sono i motivi che spingono uno scrittore—sia esso poeta, romanziere o drammaturgo—a scegliere una certa parola o espressione piuttosto che un’altra. Di solito, lo scrittore fa la sua scelta per motivi puramente estetici (questa parola ben si accorda con quella che la precede, “suona meglio dell’altra”, risponde meglio al piano complessivo dell’opera) o per motivi prettamente espressivi (questa parola o questo sintagma esprime esattamente ciò che voglio dire, riesce ad evocare più di quello che ho in mente, non tradisce e svela completamente il mio intento) o per una combinazione dei due. Lo scrittore può però anche farsi guidare dall’intento di creare un certo effetto sul pubblico: Paul Valéry, ad esempio, nei suoi Cahier confessa che per lui la poesia era un modo per “incantare” il pubblico2, ma un autore potrebbe anche voler impressionare, sbalordire, sconcertare, turbare o disorientare il lettore. Infine, possono entrare in ballo persino motivi economici (se uso questa parola o espressione, catturerò una maggiore percentuale di lettori) o precauzioni di tipo sociale e culturale (questa parola o espressione non la posso usare perché urta la sensibilità di una larga parte del pubblico).
Bisogna però considerare che, in genere, la scelta di una parola o di una espressione comporta delle conseguenze sul piano cognitivo, emotivo e comportamentale che non sempre vengono previste e che possono rimanere invisibili ai più per lungo tempo. E questa non prevedibilità o invisibilità delle conseguenze derivanti dalla scelta di una certa parola o espressione è tanto maggiore quanto più la scelta è fortemente motivata e guidata da specifici obiettivi, quali possono essere appunto quelli che ha uno scrittore che vuole realizzare la sua opera.
La Teoria del Learnable3—che Luca Magni, Ahlam Alharbi ed io abbiamo sviluppato in questi anni a partire da un’idea originaria di Luca—identifica con, e raggruppa sotto il concetto di cono d’ombra tutti quei casi di invisibilità o cecità cognitiva, percettiva, emozionale e comportamentale che derivano dall’uso delle parole (e più in generale di ogni simbolo). Il cono d’ombra è quella parte della realtà a cui l’uso delle parole inibisce l’accesso. In termini molto generali, le parole consentono di focalizzare, vedere, percepire, pensare a, immaginare, ricordare, agire su e con una certa cosa (intesa in senso lato come tutto ciò a cui posso prestare attenzione: oggetti fisici, eventi, persone, idee, ricordi, emozioni, un loro aspetto o qualità, e così via); tuttavia, nel contempo le parole gettano un cono d’ombra sulle altre cose, temporaneamente inibendone, nascondendone, occultandone la visibilità, pensabilità e immaginabilità.
Tra gli effetti del cono d’ombra, particolarmente rilevante e sorprendente per le considerazioni che stiamo qui facendo sull’uso delle parole, è l’estrema selettività con cui esso può agire—un effetto questo che implica anche un elevato grado di impenetrabilità cognitiva, percettiva, emozionale e comportamentale.
Da un punto di vista molto generale, il cono d’ombra gettato dalle parole può essere più o meno esteso, più o meno circoscritto, più o meno nettamente delineato, più o meno fitto e impenetrabile a seconda di vari fattori, quali la complessità, la tipologia e l’idiomaticità delle costruzioni linguistiche in cui le parole vengono usate.
In termini molto generali, possiamo dire che il cono d’ombra risulta tanto più circoscritto, selettivo, delineato e difficilmente penetrabile, quanto più le costruzioni linguistiche riescono ad orientare, impegnare e sostenere selettivamente la nostra attività attenzionale (e di conseguenza anche le altre attività cognitive: mnemonica, percettiva, emozionale, ecc.), vale a dire, quanto più le costruzioni linguistiche ci costringono, per riuscire a focalizzare ciò che esse designano, a compiere un percorso attenzionale che ci richiede di tenere man mano presenti specificamente certi elementi e di scartare specificamente certi altri elementi.
Esempi di costruzioni linguistiche che ben soddisfano questi criteri sono gli slogan, le metafore e le similitudini—tanto più quando sono stati lessicalizzati, ossia quando non si percepisce più o si percepisce a stento la loro origine.
Consideriamo ad esempio, la metafora del “Bosco verticale”. Questa metafora è stata coniata per identificare il complesso residenziale di due palazzi a torre situato nel centro di Milano che è stato progettato dallo studio Boeri con l’intento di incrementare—attraverso la densificazione verticale del verde—la biodiversità vegetale e animale del capoluogo lombardo, di ridurre l’espansione urbana e di mitigare gli effetti sul clima. La metafora è molto efficace nel farci vedere come si possano realizzare degli utili e piacevoli spazi verdi inaspettati nelle città, ma è altrettanto efficace nel distogliere selettivamente la nostra attenzione soprattutto da quel particolare aspetto della realtà che la cementificazione/desertificazione orizzontale—necessaria per la costruzione del complesso residenziale—ha impedito si realizzasse, ossia i giardini e parchi pubblici che si sarebbero potuti lì costruire per il beneficio della collettività (ricordo, per chi non lo sapesse, che il complesso residenziale del “Bosco verticale” di Milano è di esclusivo accesso a quei facoltosi privati che possono permettersi di spendere più di 10.000€ al metro quadro per l’acquisto di un appartamento e più di 1.000€ al mese di spese condominiali4).
Allo stesso modo, la metafora che assimila il Covid-19 alla peste5 ci dà sì l’idea della pericolosità del Covid-19, ma ci impedisce, selettivamente, di pensare soprattutto ai tipi di cura, prevenzione e comportamento che si potrebbero sviluppare e adottare, ispirandosi a forme di malattie diverse dalla peste, per contrastare il Covid-19.
Come si nota, in questi casi il cono d’ombra agisce molto selettivamente, inibendo uno specifico aspetto o parte della realtà, piuttosto che altri. Inoltre, tanto maggiore è la selettività che esso esercita, tanto più impenetrabile e tanto meno dissolvibile esso risulta.
Che l’uso delle parole implichi la generazione di un cono d’ombra, il quale può essere strumentalmente utilizzato per occultare una specifica parte della realtà, per mentire sui fatti, per confondere le idee e quindi orientare il pensiero altrui a proprio vantaggio, era ben noto all’eclettico Aldous Huxley (1894-1963). Huxley, che per inciso fu uno degli insegnanti di George Orwell all’Eton College, scrisse vari romanzi—ricordo ad esempio il distopico Brave New World—, poesie, opere teatrali, articoli e saggi di vario argomento—famosi i suoi The Perennial Philosophy e The Doors of Perception.
In uno dei suoi articoli sul linguaggio, Words and Behavior, incluso nella raccolta The Olive Tree and Other Essays6, Huxley afferma molto chiaramente che:
il linguaggio è, fra le altre cose, uno strumento che gli uomini usano per occultare e distorcere la verità (il corsivo è mio) (p. 84).
Huxley fa l’esempio della guerra:
Poiché la realtà della guerra ci risulta troppo sgradevole da osservare, ci creiamo una versione verbale alternativa di quella realtà, ad essa parallela, ma di natura completamente diversa da essa. Quello che osserviamo da quel momento in poi non è più ciò a cui reagivamo emotivamente e che biasimavamo moralmente, non è più la guerra quale essa è in realtà, ma è la fiction della guerra quale essa risulta dalla nostra falsa ma più accettabile narrazione (…) L’aspetto più sconvolgente della guerra è che le sue vittime e i suoi strumenti sono esseri umani, e che questi esseri umani sono condannati da assurdi scopi politici a uccidere o a essere uccisi per motivi che non li riguardano, a infliggere sofferenze agli innocenti, e, pur non avendo commesso alcun crimine contro i loro nemici, a subire crudeltà di ogni genere. Il linguaggio della strategia e della politica è concepito, per quanto possibile, per occultare questi fatti, per far apparire le guerre come se non fossero combattute da individui addestrati per uccidersi l’un l’altro a sangue freddo e senza una ragione contingente, ma da forze impersonali, impassibili e del tutto a-morali o persino da astrazioni personificate” (il corsivo è mio) (pp. 84-85).
Huxley esemplifica alcuni dei mezzi linguistici—prevalentemente figure retoriche, quali le metafore e le metonimie—impiegati per occultare gli aspetti meno accettabili della guerra.
Il primo consiste nell’adottare termini impersonali, i quali, pur conservando l’idea fondamentale di lotta o scontro, permettono di distogliere l’attenzione dal vivente per dirottarla sull’inanimato: “Al posto di soldati a cavallo o fanti, vengono usati termini come sciabole e fucili (…)” (p. 85). Ecco allora che la battaglia che si combatte tra “le sciabole allineate e le file di moschetti” diventa un avvincente “puro scontro di ferraglia”.
Il secondo mezzo linguistico consiste nel personificare le parti e gli schieramenti in lotta: “C’è il nemico, al singolare, che stabilisce i suoi piani e infligge i suoi colpi” (p. 85). Con la personificazione si possono ottenere almeno due risultati. Identificando ad esempio gli opposti eserciti con i generali o i capi politici che li comandano (ad esempio, Stalin contro Hitler), riduciamo un conflitto combattuto da decine di migliaia di uomini in carne e ossa, con migliaia di morti e feriti, devastazioni, incendi, bombardamenti, stupri e deportazioni, a una pura e banale “scazzottata” tra due singoli individui in un bar (p. 86). La personificazione, inoltre, assegnando ad una collettività di uomini diversi—sia essa una nazione, un esercito, un gruppo etnico, religioso o altro—le caratteristiche di un singolo individuo, permette di incanalare ed indirizzare le nostre emozioni e passioni più efficacemente: è infatti più facile odiare o amare una persona ben definita che un insieme indistinto di persone.
Un terzo mezzo linguistico che permette di occultare gli aspetti meno piacevoli della guerra consiste nell’adottare metafore che ricorrono a termini tecnici presi a prestito dalle varie discipline scientifiche e tecnologiche. Incendiare, bombardare, usare gas mortali su civili inermi può divenire allora l’utile opera di disinfestazione del contadino che “destroys the hornets in their nest” (p. 87) (letteralmente, “distrugge i calabroni nel loro nido”). Un’espressione come “guerra di attrito” (p. 88) rimanda all’artigianale operazione della levigatura delle lenti, impedendo così alla mente di entrare in contatto con la realtà delle carni dilaniate e dei corpi putrefatti7. Parlare di “potenza umana” (man power) e di “potenza di fuoco” (p. 88) permette agli strateghi, ai generali e agli storici di trasformarsi in esperti ingegneri che discutono della resistenza dei materiali e della distribuzione delle forze.
Insomma, gli esempi portati da Huxley ci permettono di renderci conto che:
Proteggiamo le nostre menti con un elaborato sistema di astrazioni, ambiguità, metafore e similitudini da quelle realtà che non vogliamo conoscere; mentiamo a noi stessi per poter usare la scusa dell’ignoranza e l’alibi della stupidità e del fraintendimento, i quali ci permettono di continuare a commettere e tollerare i più atroci crimini mantenendo pulita la nostra coscienza (p. 93).
Ecco quindi l’importanza morale che, secondo Huxley, riveste l’uso del linguaggio:
In un mondo fittizio di simboli e astrazioni personificate, i governanti scoprono di poter governare in modo più efficace, e i governati, di poter soddisfare istinti che le convenzioni della buona educazione e gli imperativi della moralità impongono di reprimere. Saper pensare correttamente è la condizione per sapersi comportare correttamente. È anche, in sé, un atto morale; chi sa pensare correttamente sa anche resistere a forti tentazioni (p. 100).
Gli esempi che abbiamo sin qui considerato ci hanno mostrato come il significato delle parole determini quella cecità cognitiva, percettiva, emotiva e comportamentale che abbiamo definito cono d’ombra. Tuttavia, bisogna notare che il cono d’ombra può essere determinato anche da fattori linguistici diversi dal significato delle parole. Uno di questi è ad esempio la classe grammaticale a cui appartengono le parole, ossia se una parola rientra tra i sostantivi piuttosto che tra i verbi, gli aggettivi o qualche altra classe.
Come dimostrano gli esperimenti di Bryan, Master et al. (2014)8, i bambini tra i tre e i sei anni sono più disposti ad aiutare gli adulti nelle faccende domestiche (ad esempio, raccogliere degli oggetti) quando ci si rivolge a loro come “aiutanti” (helpers) piuttosto che invitarli ad “aiutare” (help). Chiedere loro di assumere il ruolo di “aiutante” porta a un aumento di quasi il 30% nella loro disponibilità ad aiutare, rispetto al semplice invito ad “aiutare”. Come osserva Berger (2023, p. 21)9, trasformare un verbo (to help) in un sostantivo (helper) trasforma:
quello che prima era solo un’azione (cioè, aiutare) in qualcosa di più profondo. Ora raccogliere degli oggetti non è solo aiutare, ma è un’opportunità. Un’opportunità per rivendicare un’identità desiderata (…) un’occasione per dimostrare a me stesso, e forse anche a qualcun altro, che sono una brava persona. Che faccio parte di questo gruppo desiderabile.
In modo speculare, i sostantivi, quando si riferiscono a comportamenti socialmente indesiderabili o negativi, tendono a inibire in modo più incisivo l’identificazione con tali comportamenti rispetto ad altre classi grammaticali. Negli esperimenti ideati da Bryan, Adams et al. (2013)10, veniva chiesto ai partecipanti di pensare a un numero da 1 a 10 senza rivelarlo allo sperimentatore. Una volta pensato il numero, veniva detto loro che avrebbero ricevuto 5 dollari se il numero era pari, altrimenti nulla. In seguito, dovevano comunicare il numero pensato e venivano pagati (o meno) secondo quanto promesso. Gli sperimentatori avvertivano i partecipanti di non imbrogliare, usando o un sostantivo (Please don’t be a cheater, “Per favore, non essere un imbroglione”) o un verbo (Please don’t cheat, “Per favore, non imbrogliare”). Nonostante quest’avvertimento, le condizioni sperimentali erano tali da permettere ai partecipanti di comportarsi in modo disonesto senza essere scoperti: essi potevano infatti dichiarare di aver pensato a un numero che dava loro diritto a ricevere il denaro, anche se in realtà non era così. Gli esperimenti dimostrarono chiaramente che i partecipanti a cui era stato detto di non “imbrogliare” (Please don’t cheat) avevano reclamato somme significativamente maggiori rispetto ai partecipanti a cui era stato detto di non essere “imbroglioni” (Please don’t be a cheater). Ciò mostra chiaramente che i sostantivi sono più efficaci dei verbi nel definire l’identità di un individuo: la condizione di “cheater“ aveva reso più difficile per i partecipanti ignorare le implicazioni di un comportamento non etico ed indesiderabile.
I risultati di questi esperimenti si possono spiegare considerando la specifica funzione che svolge ogni classe grammaticale e che distingue una classe grammaticale dalle altre. Per poter parlare di questo, devo però prima brevemente introdurre il termine affordances. Affordances è un termine tecnico coniato dallo psicologo James J. Gibson, che può essere parafrasato in italiano con “possibilità di azione”, “invito all’uso” o “potenzialità d’uso”. Esso indica le possibilità di azione—che può manifestarsi sia come opportunità che come ostacolo—che una data cosa (intesa in senso lato: oggetto fisico, persona, idea, ecc.) offre a un agente per soddisfare (o ostacolare) i suoi bisogni (fisici, biologici, sociali, psicologici, economici, ecc.) Ad esempio, il sostantivo “bottiglia” specifica un insieme di affordances che va da possibilità molto specifiche (come essere riempita di liquido, tappata), a possibilità più generiche (come essere afferrata, fatta rotolare, rotta, messa nel congelatore), fino a possibilità molto generiche (come essere percepita, ricordata, pensata). Tutte queste affordances sono rese possibili dalle varie caratteristiche della bottiglia (come la sua forma e il materiale di cui è fatta) che sono rilevanti per l’agente e che esso può utilizzare o sfruttare. Analogamente, il sostantivo “libertà” specifica un insieme di affordances che include, tra le altre, la possibilità pratica di agire senza il controllo altrui, la possibilità razionale di essere preferita ad altre condizioni e la possibilità psicologica di essere vissuta con piacere. Queste affordances sono rese possibili dai vari elementi che compongono l’idea di libertà (come l’autonomia e la volontà) di cui l’agente può servirsi.
Ritornando alle specifiche funzioni che svolgono le varie classi grammaticali, possiamo affermare che i sostantivi svolgono la specifica funzione di identificare e definire una data cosa tramite l’insieme delle affordances che vengono convenzionalmente attribuite a quella cosa in modo intersoggettivo. Le altre classi grammaticali svolgono altre funzioni. I verbi ad esempio dirigono la nostra attenzione sui processi che sono provocati o favoriti da una o alcune affordances di una data cosa, mentre gli aggettivi hanno la funzione di identificare (o selezionare) solo una o un numero limitato di affordances di una data cosa, specificando le caratteristiche della cosa che rendono possibili tali affordances.
Orbene, proprio per la loro funzione, i sostantivi sono gli strumenti linguistici più appropriati per indicare la stabilità spazio-temporale di una data cosa. Se io mi descrivo ad esempio come un cuoco, apparirò come un tipo di persona che possiede in modo disposizionale e permanente le capacità, le competenze e gli interessi tipici dei cuochi, piuttosto che in modo occasionale e temporaneo. Le mie capacità, le mie competenze e i miei interessi appariranno quindi come più forti, più affidabili e più stabili: saranno parte della mia identità. Al contrario, se mi descrivo come qualcuno che cucina, le mie capacità, le mie competenze e i miei interessi appariranno come provvisori, qualcosa che possiedo solo al momento, ma che potrei perdere domani.
Questa stabilità veicolata dai sostantivi li rende quindi—rispetto alle altre classi grammaticali—un mezzo ideale con cui gli individui possono creare e mantenere il proprio senso del sé e della propria identità. Essi offrono cioè quel livello di permanenza che permette agli individui di identificarsi con, e riconoscersi nell’insieme delle affordances specificate dai sostantivi.
La stabilità veicolata dai sostantivi spiega anche perché essi siano più adatti degli aggettivi a indurre, trasmettere e perpetuare credenze stereotipate. Come mostra lo studio 2B di Carnaghi et al. (2008)11, i sostantivi (ad esempio, “X è un omosessuale”) inducono inferenze stereotipate (ad esempio, “X ha rapporti occasionali”) più di quanto non facciano i corrispondenti aggettivi (ad esempio, “X è omosessuale”). Inoltre, tendono a inibire inferenze contro-stereotipate, quali “X frequenta la chiesa”: cioè, i sostantivi non si limitano a indurre inferenze stereotipate, ma incanalano l’attività inferenziale in modo tale che i comportamenti attesi appaiono più probabili, mentre quelli inattesi appaiono meno probabili. Ciò può essere attribuito anche al fatto che i sostantivi suscitano un maggiore senso di essenzialismo rispetto agli aggettivi, nel senso che ci fanno percepire e concepire l’insieme delle affordances che essi specificano come più stabile e resistente rispetto alle singole affordances specificate dagli aggettivi (si vedano gli studi 5A, 5B e 5C di Carnaghi et al., 2008).
A conclusione di questo lavoro, possiamo affermare che le considerazioni che abbiamo fatto e gli esempi che abbiamo visto ci hanno permesso di capire che quando scegliamo una certa parola o un’espressione—fosse anche solo per fini estetici—inevitabilmente inneschiamo un processo in chi quella parola o espressione ascolta o legge (inclusi noi stessi), tale per cui non solo orientiamo (consapevolmente) il suo pensiero, i suoi sensi e i suoi stati affettivi in una certa direzione, verso qualcosa, ma anche impediamo (molto spesso, inconsapevolmente) al suo pensiero, ai suoi sensi e ai suoi stati affettivi di dirigersi in un’altra direzione, verso qualcos’altro. A seconda delle costruzioni linguistiche che adottiamo nell’esprimerci, possiamo inoltre far sì che quell’impedimento o inibizione sia più o meno selettivo e, di conseguenza, che possa essere rimosso, rispettivamente, con minore o maggiore facilità.
Facciamo quindi molta attenzione: il pericolo (o l’opportunità—scegliete un po’ voi) di rinchiudere—per mezzo delle nostre parole—i nostri e gli altrui pensieri, sensi, sentimenti, emozioni e comportamenti nelle “prigioni semantiche” evocate da Aldous Huxley è sempre presente!
Huxley, A. (1977). The Human Situation. Lectures at Santa Barbara, 1959. New York: Harper & Row Publishers, p. 181. La traduzione del brano citato è mia.
Valéry, P. (1985). Quaderni. Volume Primo. Milano: Adelphi, p. 266.
Magni L., Marchetti G., Alharbi A. (2023). Learnable Theory and Analysis. Rome: Luiss University Press; Magni L., Marchetti G., Alharbi A. (2024). Learnable Linguistics for Business Leaders, Lecce: Youcanprint; Magni, L., Marchetti, G., and Alharbi, A. (2025). Generative Leadership of Meanings. Lecce: Youcanprint.
Dati al 2025 ottenuti da https://www.luxuryvillaitaly.com/en/bosco-verticale-milan.aspx
Si veda, ad esempio, il discorso tenuto nel febbraio 2021 dalla regina Elisabetta II del Regno Unito: https://www.thesun.co.uk/news/14166087/queen-urges-brits-get-covid-vaccine/
Huxley, A. (1947). The Olive Tree and Other Essays. London: Chatto & Windus. La traduzione in italiano dei brani citati è mia.
Per quest’espressione, si veda anche Huxley, A. (1932). Texts & Pretexts. An Anthology with Commentaries. London: Chatto & Windus, p. 166.
Bryan, C. J., A. Master and G. M. Walton. (2014). Helping versus being a helper: Invoking the self to increase helping in young children. Child development, 85(5): 1836-1842.
Berger, J. (2023). Magic Words. What to say to Get Your Way. New York: HarperCollins Publishers. La traduzione in italiano è mia.
Bryan, C. J., G. S. Adams and B. Monin. (2013). When cheating would make you a cheater: implicating the self prevents unethical behavior. Journal of Experimental Psychology: General, 142(4): 1001-1005.
Carnaghi, A., A. Maass, S. Gresta, M. Bianchi, M. Cadinu and L. Arcuri. (2008). Nomina sunt omina: on the inductive potential of nouns and adjectives in person perception. Journal of personality and social psychology, 94(5): 839-859.
Nota: una versione preliminare di questo testo è stata presentata in occasione di un mio webinar tenutosi nell’aprile 2025, disponibile su YouTube:
Citation
Marchetti, G. (2026). Il potere della parola rende ciechi. Aletheia - A Journal of Literary and Linguistic Studies, Vol. II, Number 35. DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.19276753
TYPE: Essay
The full text is available for free on Academia.edu




