La conversione dell’innominato. Una riflessione sul sorgere, dispiegarsi e risolversi delle emozioni e sul loro valore cognitivo
Noi ci emozioniamo solo quando siamo predisposti ad emozionarci. Non sempre quello che vediamo, ascoltiamo, tocchiamo ci emoziona. Un dato oggetto, una certa persona, una certa vicenda, una poesia, un brano musicale possono restarci del tutto indifferenti sino a quando, ad un certo punto, succede qualcosa in noi che ce li fa odiare, amare, desiderare, temere, respingere.
I fattori che ci predispongono ad emozionarci sono essenzialmente di due tipi. Da un lato, vi sono i cambiamenti che coinvolgono il nostro stato psico-fisico: una malattia, la stanchezza, il sonno, la fame, la sete, il dolore, l’alterazione indotta da farmaci, eccitanti, droghe e alcol, lo stress, la solitudine, l’insoddisfazione, la noia. Ad esempio, come ci ricorda lo psicologo Nico Frijda1, lo stress post-traumatico—un disturbo, questo, che si sviluppa nelle persone che hanno subìto, assistito a, o sono venute a conoscenza di un evento traumatico o violento, quale un abuso o una violenza—ha la capacità di rendere ogni difficoltà un pretesto di irritazione o rabbia, di trasformare una qualsiasi incertezza in una fonte di ansia e insicurezza, di far sì che anche il più piccolo insuccesso generi sconforto e tristezza, e di rendere la minima gentilezza una fonte di commozione e pianto.
Dall’altro lato, vi sono i cambiamenti indotti nel nostro comportamento, nelle nostre aspettative e nelle nostre motivazioni da decisioni che abbiamo preso, scelte che abbiamo fatto, obiettivi che ci siamo posti, impegni che abbiamo assunto, incontri con persone nuove, ciò che gli altri si aspettano da noi o ciò che gli altri hanno fatto a noi, sollecitazioni e stimolazioni derivanti da letture di opere letterarie e così via. Una persona che c’era sempre stata estranea ed indifferente, può improvvisamente diventare fonte di speranza, ansia o odio per il solo fatto di rivestire una qualche parte nell’attuazione di un nostro nuovo progetto.
Bisogna comunque precisare che la distinzione tra i due tipi di cambiamento ha più valore teorico che pratico, perché spessissimo essi interagiscono, influenzandosi reciprocamente: come un certo impegno che ci siamo assunti o una scadenza da rispettare possono generare uno stato di stress, così una certa malattia può condurci a cambiare stile di vita e ad abbandonare certi impegni.
Ciò che più importa notare è che entrambi i tipi di cambiamento generano in noi quello che in un altro mio intervento ho definito una temporanea rottura di equilibrio nel nostro animo2, ma che nei termini della mia teoria della coscienza3 è più coretto definire un (momentaneo) allontanamento dal livello energetico ottimale a cui funziona l’organo dell’attenzione.
Compito ultimo delle emozioni è quello di permetterci di ripristinare l’originale equilibrio o comunque di instaurare un nuovo equilibrio che sappia garantire la nostra integrità. Le emozioni adempiono a questo compito attivando specifiche risposte fisiologiche e tendenze all’azione: la paura, ad esempio, può portarci a fuggire, nasconderci o immobilizzarci, ma anche ad aggredire.
In genere, i romanzieri, i narratori e i drammaturghi conoscono molto bene i meccanismi e le dinamiche che permettono l’insorgere, il dispiegarsi e il risolversi delle emozioni. Molto spesso, ma non sempre, essi sfruttano questa loro intima conoscenza quale arma preferita per aprire e conquistare il cuore e la mente del lettore. Infatti, il lettore che si emozioni e commuova alla lettura di un brano, tenderà ad identificarsi più facilmente con il narratore, la situazione descritta o i personaggi rappresentati, sarà meno incline a interrompere la lettura del brano, ne conserverà un ricordo più vivido e sarà più propenso a leggere altre opere dello scrittore di quel brano.
Ho precisato che “non sempre” gli scrittori ricorrono alle emozioni perché ci sono anche scrittori che alle emozioni preferiscono la logica e il ragionamento, vale a dire forme di pensiero che potremmo definire come più neutrali e “fredde”.
Non intendo comunque affermare che gli scrittori che usano le emozioni riescano sempre a conquistare il cuore dei lettori. Molto dipende infatti dalla predisposizione del lettore, il quale può anche rimanere indifferente per lungo tempo, persino per anni, alle suggestioni emotive create dagli scrittori: in fin dei conti, come avverte Anja Müller-Wood (2014, p. 140), sta sempre e solo al lettore attivare e dare vita agli effetti testuali orchestrati dallo scrittore4. È indubbio però che un bravo scrittore abbia molte più probabilità di uno scrittore mediocre di riuscire a suscitare delle emozioni nel lettore.
Indipendentemente da questi fattori, gli scrittori possono comunque contare su almeno altri due fattori aggiuntivi per coinvolgere emotivamente il lettore. Innanzitutto, gli specifici bisogni e aspettative del lettore. Di solito, chi decide di leggere un romanzo o un’opera letteraria—rispetto a chi non ne ha intenzione alcuna—lo fa perché spera di trovarvi qualcosa che appaghi il suo interesse, fosse anche solo quello di trascorrere piacevolmente un po’ di tempo. Il che molto spesso implica l’esplicita ricerca da parte del lettore di particolari emozioni.
In secondo luogo, il carattere di generale necessità che le emozioni hanno per l’essere umano. Noi non possiamo fare a meno delle emozioni: esse sono necessarie per la nostra sopravvivenza e per il nostro adattamento all’ambiente, ci motivano nell’intraprendere azioni, facilitano la comunicazione e l’interazione sociale e favoriscono l’apprendimento (è comunque anche vero che esse, se non adeguatamente controllate, possono sortire effetti del tutto opposti). Le emozioni fanno parte del nostro bagaglio genetico e cognitivo e sono parte integrante della nostra vita: in quanto tali, ci risulta naturale cercarle, provarle, capirle. In questo senso, le suggestioni emotive veicolate dai testi letterari non fanno altro che rispondere ad una domanda emotiva e cognitiva del lettore molto generale ed evolutivamente motivata.
Un esempio emblematico di come uno scrittore sappia sfruttare le sue profonde conoscenze dei meccanismi che governano le emozioni per rappresentare con straordinaria—direi quasi impeccabile—efficacia il modo in cui esse si sviluppano, maturano ed infine si esauriscono, ci viene fornito dall’episodio della conversione dell’innominato narrato da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi5.
Ripercorriamo insieme le principali fasi dell’episodio attraverso cui Manzoni articola la dinamica emotiva che, raggiungendo la sua massima intensità, finirà per travolgere l’innominato e condurlo alla sua definitiva conversione.
L’episodio, che si snoda in vari capitoli e raggiunge la sua massima intensità emotiva nel XXIII capitolo, rappresenta il punto di svolta del romanzo. Con la conversione dell’innominato e la liberazione di Lucia, la tormentata vicenda di Renzo e Lucia comincia ad avviarsi ad una soluzione positiva, mentre per don Rodrigo inizia la parabola discendente. L’episodio della conversione segna il passaggio dalla perdizione alla redenzione e alla salvezza, dalla disperazione alla speranza, dalle ingiustizie e dai soprusi al trionfo del bene. Il ruolo di spartiacque che l’episodio gioca nell’intera vicenda de I Promessi Sposi è enfatizzato dalla posizione del capitolo in cui inizia l’episodio, ossia il XIX, il quale si colloca esattamente a metà del romanzo, che è composto da trentotto capitoli.
L’innominato—a cui si rivolge don Rodrigo per attuare il suo malvagio intento di rapire Lucia—viene presentato come un “terribile uomo”, temuto per la sua crudeltà e per il suo passato di violenza:
Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui (p. 513).
L’innominato accetta senza indugio alcuno di aiutare don Rodrigo, ma, come ci avvisa la voce narrante, “appena rimase solo si trovò, non dirò pentito, ma indispettito” (p. 524) d’aver dato la sua parola a don Rodrigo. La voce narrante precisa anche che l’innominato:
Già da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo (p. 525).
Si cominciano qui a intravvedere, seppur ancora fiochi e indistinti, i primi segni di quel cedimento che porterà l’innominato a pentirsi della sua vita passata. Il suo lungo cammino interiore inizia quasi in sordina, appena abbozzato dall’aggettivo indefinito “certa” (una “cert’uggia”) che esprime l’indeterminatezza e la vaghezza del senso di scontentezza o fastidio provato dall’innominato per la sua condotta di vita.
Da quanto ci racconta la voce narrante, il ravvedimento dell’innominato è reso possibile innanzitutto dalla complessità tutta romantica del suo carattere: una complessità fondata su una “volontà impetuosa” e su una “imperturbata costanza” (p. 599); una complessità manifesta fino dall’adolescenza dell’innominato, quando “allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente” (pp. 513-514); una complessità che non trova molti eguali negli altri personaggi de I Promessi Sposi, se non nell’altrettanto romantica figura di padre Cristoforo, e che molto si differenzia dalle limitate e grette nature di personaggi quali don Rodrigo, don Abbondio o la vecchia serva dell’innominato; una complessità che permetterà dapprima al dubbio d’insinuarsi nel cuore dell’innominato e poi, in un inarrestabile crescendo, alla curiosità di scendere negli abissi del suo animo, alla riflessione di illuminarne gli angoli più oscuri, al coraggio di rimettere in discussione tutta una vita e alla volontà di portare a compimento la conversione. Insomma, la complessità del carattere dell’innominato fornisce la base strutturale che rende possibile l’insorgere e l’attuarsi della dinamica emotiva.
Tuttavia, i fattori scatenanti che aprono e predispongono l’animo dell’innominato a tale dinamica vanno rintracciati nei cambiamenti (soprattutto) di tipo psicologico che investono l’innominato: cambiamenti che lo portano a sperimentare i sentimenti della solitudine e della costernazione per l’ineluttabilità della vecchiaia e l’avvicinarsi della morte.
Il sentimento di solitudine consegue al triste primato d’essere primo tra i malvagi:
ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda (p. 526).
La costernazione per l’ineluttabilità della vecchiaia implica inevitabilmente quella per l’avvicinarsi della morte. Se in gioventù:
l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’una fiducia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. «Invecchiare! morire! e poi?» E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava (p. 525).
Questi sentimenti, da un lato, spingono l’innominato ad avvertire la presenza di Dio—da lui sempre evitata—in una maniera perentoria e non più eludibile:
Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però (pp. 526-527).
Dall’altro, rendono l’animo dell’innominato vulnerabile a quelle risolutive spinte e persuasioni—ossia le lacrime e le preghiere di Lucia e le caritatevoli esortazioni e convincenti argomentazioni dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Federigo Borromeo—con cui di lì a poco egli si troverà a misurarsi.
Man mano che gli eventi precipitano, l’azione corrosiva di questi sentimenti sull’animo dell’innominato si fa sempre più incisiva, assumendo varie forme. Dapprima, sottoforma d’una interna inquietudine, avvertibile nella descrizione che la voce narrante fa dell’innominato mentre attende impaziente che il Nibbio ritorni dopo aver rapito Lucia. Lucia:
Era aspettata dall’innominato, con un’inquietudine, con una sospension d’animo insolita. Cosa strana! quell’uomo, che aveva disposto a sangue freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per nulla i dolori da lui cagionati, se non qualche volta per assaporare in essi una selvaggia voluttà di vendetta, ora, nel metter le mani addosso a questa sconosciuta, a questa povera contadina, sentiva come un ribrezzo, direi quasi un terrore (…) Da un’alta finestra del suo castellaccio, guardava da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco spuntar la carrozza (…) E benché, dal punto dove stava a guardare, la non paresse più che una di quelle carrozzine che si dànno per balocco ai fanciulli, la riconobbe subito, e si sentì il cuore batter più forte (pp. 538-539).
L’azione corrosiva dei sentimenti si concretizzata poi nei gesti dell’innominato—come quando, prima dell’incontro con Lucia, egli:
Si ritirò, chiuse la finestra, e si mise a camminare innanzi e indietro per la stanza, con un passo di viaggiatore frettoloso (p. 542)
o nel suo volto—come sa ben scorgere Lucia durante il colloquio con l’innominato:
Oh ecco! vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! (…) «Non iscacci una buona ispirazione!» proseguiva fervidamente Lucia, rianimata dal vedere una cert’aria d’esitazione nel viso e nel contegno del suo tiranno (p. 556).
Infine, l’azione corrosiva dei sentimenti si traduce nel riflessivo e tormentoso esame delle sue scelte e delle sue azioni:
«Quell’animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con ringraziamenti; che... non voglio più sentir parlar di costei. L’ho servito perché... perché ho promesso: e ho promesso perché... è il mio destino» (p. 551);
«Io?... io non son più uomo, io? Cos’è stato? che diavolo m’è venuto addosso? che c’è di nuovo?» (p. 564);
senza che s’affaticasse molto a rintracciare nella memoria, la memoria da sé gli rappresentò più d’un caso in cui né preghi né lamenti non l’avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza, che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell’animo quella molesta pietà; vi destava in vece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento (p. 564).
il tormentato esaminator di se stesso (…) si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione (p.565-566).
Ecco dunque visibile a vari livelli—come interna inquietudine, esteriore manifestazione e tormentosa riflessione—l’azione di quella che più sopra ho definito una temporanea rottura di equilibrio nell’animo dell’innominato.
Una prima decisiva spinta a ravvedersi viene data all’innominato dall’incontro con Lucia, dalle sue lacrime, dal terrore dei suoi occhi e dalle sue preghiere e implorazioni. L’innominato resta così turbato da esser spinto dapprima a rassicurare Lucia che nulla di male le sarebbe accaduto, e poi ad ordinare alla sua vecchia serva:
«Lasciala dormire in pace; guarda di non la disturbare; e quando si sveglierà... Marta verrà qui nella stanza vicina; e tu manderai a prendere qualunque cosa che costei possa chiederti. Quando si sveglierà... dille che io... che il padrone è partito per poco tempo, che tornerà, e che... farà tutto quello che lei vorrà» (p. 573).
Quell’incontro gli fa persino intravvedere la possibilità del perdono:
«È viva costei,» pensava, «è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi... Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? io...! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!... Via!» (p. 564).
Il definitivo moto al pentimento nell’innominato nasce però dall’incontro con il cardinale Federigo Borromeo. L’innominato si reca dal cardinale, che è in visita in un vicino paese, motivato da un misto di curiosità, di necessità di capire cosa gli stia succedendo e di speranza di trovare nelle parole del cardinale un po’ di consolazione ai suoi tormenti:
«Oh se le avesse per me le parole che possono consolare! se...! Perché non vado anch’io? Perché no?... Anderò, anderò; e gli voglio parlare: a quattr’occhi gli voglio parlare. Cosa gli dirò? Ebbene, quello che, quello che... Sentirò cosa sa dir lui, quest’uomo!» (p. 572).
Nonostante l’estrema cordialità con cui il cardinale accoglie l’innominato, quest’ultimo rimane inizialmente incapace di dar voce all’accavallarsi dei propri sentimenti:
L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava (p. 595).
Finché, sospinto dalle incalzanti parole del cardinale, l’innominato confessa:
«Ho l’inferno nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete, qual è questa buona nuova che aspettate da un par mio» (p. 598).
Ecco allora che il cardinale può finalmente toccare la corda più profonda dell’innominato, rivelandogli ciò che egli voleva realmente sentirsi dire:
«Che Dio v’ha toccato il cuore, e vuol farvi suo,» rispose pacatamente il cardinale (p. 598).
A questo punto il dialogo tra i due si fa più serrato, e diviene risolutivo per l’innominato:
«Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov’è questo Dio?»
«Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, d’una consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?»
«Oh, certo! ho qui qualche cosa che m’opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?»
Queste parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un tono solenne, come di placida ispirazione, rispose: «cosa può far Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli potrebbe dare» (p. 599).
La risposta del cardinale dà all’innominato le chiavi per aprirsi a se stesso, per capire quale sia il suo più profondo bisogno e come egli possa riscattarsi e rinascere. Per l’innominato è il momento della catarsi, della soluzione definitiva del nodo emotivo, della liberazione dal giogo del tormento e della conseguente trasformazione interiore. La faccia dell’innominato:
di stravolta e convulsa, si fece da principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più profonda e meno angosciosa; i suoi occhi, che dall’infanzia più non conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon cessate, si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto pianto, che fu come l’ultima e più chiara risposta (p. 600).
Al culmine dell’emozione, l’innominato viene colto dalla commozione più profonda e si abbandona ad un pianto impetuoso che lo libera dal suo fardello. Con e da questa liberazione giunge anche il momento epifanico, della rivelazione:
«Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure...! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!» (p. 602).
L’aspetto epifanico delle emozioni è spesso tralasciato dai teorici e dagli studiosi delle emozioni, i quali preferiscono concentrarsi—forse per un puro pregiudizio metodologico o per un qualche timore epistemologico—su altri aspetti e funzioni delle emozioni. Che le emozioni spesso comportino l’emergere e manifestarsi di nuova conoscenza, non poteva invece di certo sfuggire all’attento e acuto Manzoni.
Il lungo cammino interiore dell’innominato—spronato dalla solitudine e dalla costernazione, accompagnato dal dubbio, dai ripensamenti e dalla riflessione, costellato dalle lacrime e dalle preghiere di Lucia e sugellato dalle parole del cardinale Borromeo—lo porta a conoscere un aspetto di se stesso che prima neanche immaginava potesse esistere, e gli dà la possibilità di ricominciare una nuova vita:
«quante, quante... cose, le quali non potrò se non piangere! Ma almeno ne ho d’intraprese, d’appena avviate, che posso, se non altro, rompere a mezzo: una ne ho, che posso romper subito, disfare, riparare» (p. 602).
In conclusione, la lettura dell’episodio della conversione dell’innominato ci ha permesso di apprezzare l’impeccabile descrizione che il Manzoni fa del modo in cui insorgono, si dispiegano, maturano ed infine si esauriscono le emozioni.
I cambiamenti subiti dall’innominato—la vecchiaia, la solitudine, la costernazione per l’avvicinarsi della morte—inducono una rottura di equilibrio nel suo animo che lo porta a provare tutta una serie e gradazione di stati affettivi, motivazionali ed emotivi: “costernazione” (p. 525), “inquietudine”, “sospensione d’animo”, “ribrezzo”, “terrore” (p. 538), “affanno di cuore”, “paura”, “piacere” (pp. 541-542), “compassione” (p. 556), “stupore” (p. 557), “rabbia”, “pentimento”, (p. 564) “orrore”, “disperazione” (p. 566), “desiderio”, “speranza”, “vergogna” (p. 595), “commozione” (p. 600) e “gioia” (p. 602). Il dubbio, la riflessione, il ripensamento contribuiscono a forgiare e definire questi stati affettivi ed emotivi.
L’incontro con l’altro da sé—Lucia e il cardinale Borromeo—portano le emozioni a piena maturazione e al loro risolversi nella catarsi, con la conseguente rivelazione all’innominato di una verità del suo sé che altrimenti gli sarebbe rimasta nascosta.
Frijda, N. H. (1988). The Laws of Emotion. American Psychologist, 3(5): 349-358.
Marchetti, G. (2025). Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore. La cura dell’arte.
Marchetti, G. (2022). The why of the phenomenal aspect of consciousness: its main functions and the mechanisms underpinning it. Frontiers in psychology, 13(913309): 1-20; Marchetti, G. (2025). Emotion, Consciousness, and Attention, http://www.mind-consciousness-language.com/articles giorgio20.htm; Marchetti, G. (2025). “Meaning, Consciousness, and Emotion”. In L. Magni, G. Marchetti, and A. Alharbi, Generative Leadership of Meanings. The Leveraging of Learnable Theory to Shape Meanings, Drive Change and Burst Innovation. Lecce: Youcanprint, 57-105; Marchetti, G. (2026). Conscious experience and emotion: an attention-based account. Frontiers in psychology, 17(1738304): 1-21.
“In the final analysis the reader is the enabler of textual effects”, in Müller-Wood, A. (2014). “The role of the emotions in literary communication. Joyce’s A portrait of the Artist as a Young Man”. In R. D. Sell (ed.), Literature as Dialogue. Invitations offered and negotiated. Amsterdam: John Benjamins Publishing Company, 137-159.
Mi avvalgo qui dell’edizione de I Promessi Sposi curata da Giovanni Titta Rosa, pubblicata nel 1971 da Mursia, Milano.
Nota: una versione preliminare di questo testo è stata presentata in occasione di un mio webinar tenutosi nell’aprile 2025, disponibile su YouTube
Citation
Marchetti, G. (2026). La conversione dell’innominato. Una riflessione sul sorgere, dispiegarsi e risolversi delle emozioni e sul loro valore cognitivo. Aletheia - A Journal of Literary and Linguistic Studies, Vol. II, Number 47. DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.19547516
TYPE: Essay
The full text is available for free on Academia.edu



Analisi acuta e precisa che ricordavo ma che ho riletto con piacere. Rammento che mi fece cambiare opinione, migliorandola decisamente, sul Manzoni. Tralasciando il valore dell'opera in sè ed analizzando solo la potenza emozionale della scrittura, lavoro istruttivo e chiarificatore delle meccaniche narrative. Interessante e utilissimo.