La suggestione nell'arte: i giochi dell'attenzione nelle metafore preposizionali de “Lo specchio che fugge" di Giovanni Papini
Certe opere d’arte hanno il potere di incantarti, di legarti indissolubilmente a loro, di non lasciarti più andare. Mentre ascolti un brano musicale, senti recitare una poesia o vedi un film, ti ritrovi completamente assorto, immerso in un’altra dimensione, come ipnotizzato: ti dimentichi degli affanni quotidiani, dei tuoi impegni, delle tue preoccupazioni, persino di te stesso.
Ogni forma d’arte impiega specifici mezzi per raggiungere questo effetto, ma tutti questi mezzi si affidano allo stesso meccanismo di base: l’attenzione. Che si tratti del buio della sala cinematografica, del sipario di un teatro, del colpo di bacchetta del direttore d’orchestra, della cornice di un quadro o di altro, abbiamo sempre a che fare con mezzi che pilotano, indirizzano, vincolano l’attenzione del fruitore.
Agendo sull’attenzione del fruitore, questi mezzi lo costringono a guardare solo in una certa direzione, a prestare ascolto solo ad una certa sorgente sonora, a limitare la finestra spaziale e temporale della sua percezione, ad escludere ed estromettere tutto ciò che non sta in quella precisa cornice sensoriale, spaziale e temporale. Il fruitore, allora, tenuto per mano come un fanciullo, si fa trascinare spensieratamente, abbandonandosi alla rassicurante guida esercitata da questi mezzi.
In questo saggio, prenderò in considerazione uno dei tanti specifici mezzi linguistici che gli scrittori usano per guidare e vincolare l’attenzione dei loro lettori: la metafora. Più specificamente, considererò un particolare tipo di metafora, la metafora preposizionale, ossia la metafora costruita e imperniata su una preposizione, che possiamo rappresentare con la formula:
Y verbo X preposizione Z
Tale formula va intesa in senso ampio e astratto, come schema relazionale che ammette diverse realizzazioni sintattiche, anche negative o non copulative. In particolare, il verbo che lega Y a X, che è generalmente espresso dal verbo “essere”, può essere espresso anche mediante altri verbi (ad esempio, “significare”, “corrispondere”, “sembrare”) o mediante forme verbali articolate (anche in forma negativa o non copulativa), senza che venga meno la configurazione Y–X–Z mediata da una preposizione. Inoltre, “Y”, “X” e “Z” possono corrispondere sia a singole parole (sostantivi, verbi, aggettivi o altro) che a sintagmi complessi.
Esempi di metafora preposizionale sono:
“Votare Grillo è come abbaiare alla luna”, in cui: “Votare Grillo”=Y; “è come”=verbo; “abbaiare”=X, “alla”=preposizione; “luna”=Z;
“Dire questo significa arrampicarsi sugli specchi”, in cui: “Dire questo”=Y; “significa”=verbo; “arrampicarsi”=X, “sugli”=preposizione; “specchi”=Z;
“You don’t learn to walk by following rules” (“Non impari a camminare seguendo delle regole”), in cui: “You”=Y; “don’t learn”=verbo; “to walk”=X, “by”=preposizione; “following rules”=Z.
Questo tipo di metafora è stato oggetto di una specifica ricerca che Luca Magni, Ahlam Alharbi ed io abbiamo condotto insieme ed i cui risultati sono stati raccolti nel volume Magni L., Marchetti G., Alharbi A. (2023). Learnable Theory and Analysis. Rome: Luiss University Press1.
Quello che qui intendo mostrare è come la metafora preposizionale piloti l’attenzione del lettore e quali effetti comportamentali essa induca.
A tal fine, ricorrerò al racconto Lo specchio che fugge, scritto da Giovanni Papini e pubblicato nel 1906 nella raccolta Il tragico quotidiano2.

Il racconto, di carattere filosofico, è ambientato in una stazione ferroviaria e descrive il dialogo tra l’io narrante e un ignoto interlocutore, definito come Signor Uomo, il quale elogia il progresso e il futuro:
«Pensate, signore» dice il Signor Uomo «pensate alla grandezza del progresso che si compie sotto i nostri occhi—al progresso che porta gli uomini dal passato al futuro, da quello che non è più a quello che non è ancora, da quello che si ricorda a quello che si spera. I selvaggi non prevedono il futuro, non pensano all’avvenire; non prevedono e non provvedono. Ma noi, noi uomini civili, noi uomini nuovi, viviamo per il futuro e in grazia al futuro (…) Questo enorme progresso dello spirito profetico è quello che fa svanire i pericoli, che ci dà in mano le forze, che fa scoprire nuove possibilità, che ci rende padroni della terra, del mare e del cielo e di una cosa che vale più di tutto ciò, o signore, - di noi stessi!» (pp. 89-90).
A quest’opinione sul futuro e sul progresso tutta intrisa di ottimismo e di spirito positivista, fa da contrappunto la ben più amara, disillusa e scettica constatazione dell’io narrante che propone il seguente Gedankenexperiment, o esperimento mentale, a sostegno della propria tesi:
In questo momento io penso a una cosa assurda e la dico a lei, signor Uomo, e la dico perché non ci sono qui delle moltitudini che possono sentirmi. Se ci fossero qui tutti quelli che desidero, direi:
«Immaginate, uomini, una cosa impossibile, una cosa assurda, pazza, incredibile e terribile. Immaginate che tutto il mondo si fermasse ad un tratto, in un certo istante, e che tutte le cose restassero in quel punto in cui erano e che tutti gli uomini diventassero immobili, quasi statue, in quella posa in cui erano in quel momento, in quell’atto che stavan compiendo… Se questo accadesse e che nonostante tutto ciò continuasse ancora negli uomini il pensiero, ed essi potessero ricordare e giudicare quello che fecero e quello che stavan facendo, e potessero considerare tutto quello che hanno compiuto fin dalla nascita e ripensare a quello che avrebbero voluto compiere prima della morte, immaginatevi quale disperazione brucerebbe sotto il tragico silenzio di questo mondo arrestato all’improvviso!
Non so se voi avete il coraggio di sentire quanto ciò sarebbe orribile. Sforzatevi per qualche momento di vedere tutti questi uomini resi immobili mentre eran intenti alle loro opere, ansimanti dietro ai loro sogni, sobillati dalle loro sudicie passioni, spinti rudemente dai loro desideri. Vedeteli là, sparsi pel mondo, come sospesi da una catastrofe che li abbia trasmutati in fantocci pensanti, in statue disperate. Vedeteli nelle più schifose posizioni e nelle più ridicole, nelle più faticose e nelle più stupide (…)
Immaginatevi ora, se non vi manca il cuore, i pensieri di tutti questi uomini condannati in un istante medesimo alla coscienza della loro morte. Credete voi che ci sarà un solo uomo - uno solo, intendete? - un solo uomo che sarà lieto e soddisfatto di quel momento in cui il destino l’ha reso immobile?» (pp. 90-92).
La risposta a questo interrogativo—secondo l’io narrante—non può essere che negativa. E il perché è presto chiarito:
«Il signor Uomo - lei, qui presente, in faccia a me - ha detto una grande e tremenda verità. Gli uomini pensano il futuro, vivono per l’avvenire, consacrano perpetuamente tutti gli oggi a dei domani che devono venire. Ogni uomo non vive che per quello che prevede, aspetta e spera. Tutta la sua vita è fatta in modo che ogni istante ha valore per lui soltanto in quanto egli sa che questo istante prepara un istante successivo, ogni ora un’ora che verrà, ogni giorno un giorno che seguirà. Tutta la sua vita è fatta di sogni, d’ideali, di progetti, di aspettative—tutto il presente è fatto di pensieri intorno al suo futuro. Tutto quello che è, ch’è presente, ci sembra oscuro, meschino, insufficiente, inferiore, e noi ci consoliamo soltanto pensando che tutto questo presente non è che una prefazione, una lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire. Tutti gli uomini, lo sappiano o no, vivono per questa fede. Se ad un tratto si dicesse loro che fra un’ora dovranno tutti quanti morire, tutto ciò che fanno e hanno fatto non avrebbe per loro nessun gusto, nessun sapore, nessun valore. Senza lo specchio del futuro la realtà attuale sembrerebbe turpe, lurida, insignificante. Senza il domani che fa sperare nelle rivincite, nelle vittorie, nelle ascensioni, nelle promozioni e negli aumenti, nelle conquiste e negli oblii, gli uomini non consentirebbero più a vivere. Senza il lontano profumo del domani essi non vorrebbero mangiare il nero pane dell’oggi» (p. 92, il corsivo è mio).
Ecco quindi che il Gedankenexperiment permette all’io narrante di svelare, in tutta la sua assurdità e illusorietà, la natura controintuitiva della condizione umana. Questi uomini, fermati tutti ad un tratto, immobili
«nelle loro pose vergognose e delittuose, tristi e idiote, senza possibilità di speranza, senza luce di sogni, con le ali tagliate, le gambe legate, le mani incatenate (…); nei vincoli di quella vita ch’essi sopportavano soltanto colla speranza e l’aspettazione di vite più belle e più grandi, essi, questi condannati alla perpetua inazione, riconosceranno, con infinita rabbia, tutta l’assurda stupidità della loro vita anteriore. Essi penseranno che tutto il presente era da loro sacrificato a un futuro che a sua volta sarebbe diventato presente e sacrificato a sua volta a un altro futuro e così fino all’ultimo presente, fino alla morte. Tutto il valore dell’oggi era nel domani e il domani valeva soltanto per un altro domani e giungeva così l’ultimo oggi, l’oggi definitivo, e così tutta la vita era trascorsa per preparare di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento ciò che non viene mai. Ed essi scopriranno questo tremendo vero: che il futuro non esiste come futuro, che il futuro non è che una creazione e una parte del presente e che il sopportare la vita inquieta, la vita triste, la vita dolente, per questo futuro che di giorno in giorno sfugge e si allontana, è la più dolorosa stoltezza di questa stoltissima vita.
Uomini, noi perdiamo la vita per la morte, noi consumiamo il reale per l’immaginario, noi valutiamo i giorni sol perché ci conducono a giorni che non avranno altro valore che di portarci altri giorni simili a loro... Uomini, tutta la vostra vita è un’atroce frode che voi stessi ordite a vostro danno e soltanto i demoni possono ridere freddamente della vostra corsa verso lo specchio che fugge!» (pp. 92-93).
Come si può notare, l’io narrante usa, nella parte centrale della sua argomentazione, due metafore preposizionali principali per far risaltare chiaramente quanto rivela il Gedankenexperiment:
tutto questo presente non è che una prefazione, una lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire
Senza il lontano profumo del domani essi non vorrebbero mangiare il nero pane dell’oggi
Queste due metafore si articolano su due diverse preposizioni.
La metafora “tutto questo presente non è che una prefazione, una lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire” si articola sulla preposizione “al”. Basandoci sulla formula sopra descritta della metafora preposizionale (Y verbo X preposizione Z), la metafora può essere così descritta: “tutto questo presente”=Y; “non è che”=verbo; “una prefazione, una lunga e noiosa prefazione”=X, “al”=preposizione; “bel romanzo dell’avvenire”=Z.
La metafora “Senza il lontano profumo del domani essi non vorrebbero mangiare il nero pane dell’oggi” si articola invece sulla preposizione “senza”. Basandoci sulla formula della metafora preposizionale, la metafora può essere così descritta: “essi”=Y; “non vorrebbero mangiare”=verbo; “il nero pane dell’oggi”=X, “Senza”=preposizione; “il lontano profumo del domani”=Z.
Vi sono inoltre delle metafore secondarie―a loro volta costruite su delle preposizioni―che fungono da supporto alle due metafore preposizionali principali e più in generale all’argomentazione dell’io narrante: “il profumo del domani”, “il nero pane dell’oggi”, “lo specchio del futuro”.
Le due metafore preposizionali principali servono entrambe ad evidenziare come sia il pensiero del futuro a permettere agli esseri umani di vivere e superare le difficoltà del presente. Esse compiono questa funzione mediate tre operazioni:
connotano negativamente il presente in termini di “lunga e noiosa prefazione” e di un grezzo ed amaro “nero pane d’oggi”;
connotano positivamente il futuro in termini di “bel romanzo dell’avvenire” e di “lontano profumo del domani”;
collegano in modo inestricabile il presente al futuro, facendo del futuro, mediante la preposizione “al”, l’ambìto esito del logorante sforzo condotto nel presente, e, mediante la preposizione “senza”, lo stimolo seducente in grado di motivare anche le più sgradite attività dell’oggi.
L’efficacia delle metafore è raggiunta da Papini innanzitutto grazie all’uso di termini quali “lunga”, “noiosa”, “profumo” e “nero pane” che, trasmettendoci delle concrete emozioni e sensazioni fisiche, ci permettono una comprensione immediata e intuitiva di quanto va argomentando l’io narrante.
Inoltre, lo stretto ed inestricabile collegamento operato dalle preposizioni “al” e “senza” garantisce che la nostra attenzione passi inesorabilmente dal presente al futuro, senza alcuna soluzione di continuità, fondendoli in una inevitabile e necessaria unità.
Più specificamente, la preposizione “al” traccia un percorso unico che partendo dall’oggi ci porta immediatamente al punto d’arrivo—il domani—senza farci sostare mentalmente su quegli eventuali avvenimenti intermedi che venissero a trovarsi tra i due estremi. La preposizione “senza”, invece, rende il futuro un’indispensabile condizione del presente, un elemento senza il quale il presente non potrebbe esistere.
L’efficacia delle due metafore preposizionali non è dovuta però solo a quanto esse sanno mettere in risalto, a quanto ci presentano e alle operazioni attenzionali che ci fanno fare. Gran parte della loro efficacia è dovuta anche a quanto esse occultano, a quanto molto abilmente ci nascondono e alle operazioni attenzionali che non ci fanno fare.
La metafora del “presente [quale] lunga e noiosa prefazione al bel romanzo dell’avvenire”, conducendoci attenzionalmente dall’oggi al domani in modo immediato, non ci dà modo di vedere e soffermarci su quanto avviene lungo il tragitto, né tanto meno su quanto è avvenuto prima che aprissimo il libro, o su quanto potrà avvenire dopo che avremo finito il “bel romanzo dell’avvenire”. In tal modo, la metafora identifica la nostra vita con un libro il cui indice e sviluppo siano già stati fissati e scritti. Una volta che abbiamo aperto il libro, ci aspetta sì una lunga e noiosa prefazione, ma solo per poi essere immediatamente catapultati nel bel mezzo di un fantastico romanzo.
È però lecito chiedersi se davvero il nostro ruolo in questa vita si limiti solo a quanto sembra suggerirci la metafora - ovvero a passare direttamente dalla prefazione al romanzo - o se non sia invece possibile immaginare percorsi e sviluppi alternativi.
La metafora ci mostra infatti un possibile modo in cui può svolgersi la nostra vita, ma, così facendo, allo stesso tempo essa ci inibisce la possibilità di immaginare percorsi alternativi tra l’oggi e il domani; di vivere, leggere e scrivere altri romanzi, o altri generi narrativi, o persino opere non letterarie; di interrogarci su ciò che avviene al di fuori di quel libro, prima e dopo di esso e oltre esso.
Analogamente, la metafora del “lontano profumo del domani [che ci rende possibile e sopportabile] mangiare il nero pane dell’oggi”, rendendo attenzionalmente indispensabile la presenza del “profumo del domani” per lo svolgersi dell’oggi, non ci dà modo di concepire un altro oggi, un oggi senza il miraggio, l’illusione e la preoccupazione del domani. Essa ci preclude di conseguenza ogni possibilità di vivere e pensare l’oggi per l’oggi, di godere delle piccole e grandi cose e azioni quotidiane in se stesse e per se stesse. La metafora ci aiuta sì a dare un senso alla nostra vita presente, ma nel contempo ci impedisce di assegnare altri possibili sensi alternativi.
È proprio mediante questa doppia operazione attenzionale - di parallela inclusione ed esclusione, di contemporanea focalizzazione e inibizione - che le metafore preposizionali riescono ad esercitare uno straordinario potere ipnotico su di noi. Indirizzando e focalizzando la nostra attenzione su una determinata cosa, esse ci costringono a vedere solo quella cosa; parallelamente, inibendoci la possibilità di indirizzare altrove la nostra attenzione, esse ci impediscono di distrarci, di concepire possibili alternative, di interrogarci su quanto stiamo facendo, di scalfire anche solo minimamente il valore di quanto esse ci hanno trascinato a vedere.
Le metafore preposizionali mettono concettualmente in atto quello che altre forme d’arte compiono con altri mezzi. Facendo ad esempio un parallelo con il cinema, possiamo dire che ciò che vediamo sullo schermo corrisponde a quanto la metafora ci fa vedere, mentre il buio, il silenzio e la comodità delle poltrone della sala cinematografica corrispondono a quanto la metafora ci nasconde, alla zona d’ombra concettuale e attenzionale che essa proietta.
Insomma—per mantenere il parallelo con il cinema—possiamo dire che per poter vedere bene la luce abbisogniamo dell’ombra, del buio.
Ovviamente, come l’incanto creato dal buio, dal silenzio e dalla comodità delle poltrone della sala cinematografica può essere interrotto da un colpo di tosse o dall’improvviso accendersi di una luce in sala, così la magia creata da quanto la metafora ci nasconde può essere interrotta, ad esempio, dal sorgere improvviso di un particolare interesse analitico o meta-linguistico per quanto stiamo leggendo: in questo caso non ci facciamo più trascinare e cullare da quanto stiamo leggendo, ma ci soffermiamo criticamente sul senso di quanto stiamo leggendo, sulla sua plausibilità, sul peso che esso riveste nell’economia generale del testo, e così via.
In questi casi, quando cioè viene meno il buio, quando svanisce la zona d’ombra proiettata dalla metafora, è sempre possibile che continuiamo a vedere la cosa che la metafora vuol farci vedere: ma la vediamo per così dire più affievolita, sbiadita, meno illuminata, con una conseguente perdita di magia e illusione.
Per evitare questo inconveniente—ossia che il buio venga meno—lo scrittore ha diversi mezzi a disposizione. Giovanni Papini adotta ad esempio vari tipi di ripetizione in questo racconto, un espediente che peraltro egli usa in molta della sua produzione e che, a ragione, si può dire caratterizzi il suo stile letterario: usa l’anafora (“Tutta la sua vita è fatta in modo che…”, “Tutta la sua vita è fatta di sogni…”, “Tutto quello che è...”, “Tutti gli uomini…”; “Senza lo specchio del futuro…”, “Senza il domani…”, “Senza il lontano profumo…”), l’anadiplosi (“Tutto il valore dell’oggi era nel domani e il domani valeva soltanto per…”), l’enumerazione (“con le ali tagliate, le gambe legate, le mani incatenate”, “la sua vita è fatta di sogni, d’ideali, di progetti, di aspettative”) e così via. La ripetizione aiuta a mantenere l’attenzione focalizzata sulla tesi principale del racconto, ossia, che è l’idea del futuro a permetterci di superare le difficoltà del presente. Essa funge quindi da argine, da barriera, impedendo possibili deviazioni dal corso principale dell’argomentazione dell’io narrante.
Possiamo quindi concludere osservando come l’abile scrittore eserciti una vera e propria forza manipolativa sul lettore. Lo scrittore infatti agisce sul pensiero e sul comportamento del lettore non solo indirizzando espressamente l’attenzione di quest’ultimo su cosa e come pensare, ma anche inibendogli indirettamente—anche se solo temporaneamente—la possibilità di eseguire determinate sequenze e combinazioni di operazioni attenzionali. L’aspetto inibitorio di questa forza manipolativa risulta essere di particolare efficacia in quanto viene esercitato il più delle volte agendo sull’inconscio del lettore, a sua insaputa.
Invito quindi tutti gli scrittori e i lettori a prenderne coscienza, affinché i primi esercitino con la dovuta cautela la loro forza manipolativa, e i secondi sappiano a quali terribili pericoli vanno incontro quando decidono di leggere e abbandonarsi a un’opera letteraria.
Si veda in particolar modo il capitolo “The Attentional Impact of Prepositions in Metaphors: Focusing and Defocusing Mechanisms of the Learnable” di Luca Magni, Giorgio Marchetti e Ahlam Alharbi. Sul funzionamento delle preposizioni in generale, rimando ai seguenti capitoli dello stesso libro: “The Linguistic and Cognitive Relevance of Prepositions” di Giorgio Marchetti e “The Cognitive Operational Meanings of Prepositions and their Leveraging in Learnable Analysis” di Giorgio Marchetti.
Questo ed altri racconti sono stati recentemente ripubblicati a cura di Raoul Bruni nella raccolta: Papini, G. (2022). I racconti. Firenze: Edizioni Clichy, da cui sono tratte le citazioni riportate in questo saggio. Come ci ricorda Raoul Bruni nella sua introduzione, Jorge Luis Borges scelse proprio Lo specchio che fugge come titolo della celebre raccolta di racconti Papiniani da lui curata e pubblicata nel 1975 nella collana La biblioteca di Babele dell’editore Franco Maria Ricci.
Citation
Marchetti, G. (2026). La suggestione nell’arte: i giochi dell’attenzione nelle metafore preposizionali de Lo specchio che fugge di Giovanni Papini. Aletheia - A Journal of Literary and Linguistic Studies, Vol. II, Number 65. DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.20582279
TYPE: Essay
The full text is available for free on Academia.edu



Arte al microscopio. Stimolante e profondo.
Grazie, una riflessione molto interessante 😊