Mille pagine
Un racconto di Gianluca Piattelli
Inizio maggio.
Il risveglio della natura fungeva da toccasana, riuscendo a ravvivare il talento letterario che avevo smarrito. Ero da solo perché da solo volevo stare. La famiglia l’avevo lasciata giù in città, a marcire in quel collasso di quotidianità senza rimedio. Avevo scelto di essere io soltanto, di bastare a me stesso per un tempo indefinito che in fondo significava la stesura di un romanzo.
Mille pagine, avrei voluto scrivere, mille e una notte avrei voluto reinventare. Desideravo dare alla luce non una storia come tante ma una storia che andasse oltre il già raccontato. Una storia che parlasse di tutto, poiché partorita nell’assenza di rapporti umani. Grembo solitario.
Mi ero nascosto al mondo poiché pensavo che la solitudine, intesa come meditazione, fosse fonte di creatività, mentre il caos continuo e inesorabile porta alla distruzione dell’incanto, alla distrazione della mente, all’oblio delle idee.
In quel posto di quasi montagna conobbi il piacere di svegliarmi al canto degli uccelli, stropicciarmi gli occhi, crogiolarmi tra le coperte progettando le scene del mio libro.
Era meraviglioso alzarsi al suono di una sveglia a cucù, l’unica compagnia parlante che mi ero concesso. La civetta usciva dal nido accigliata, quasi un’espressione di rimprovero. Appena finito di cantare un’allegra melodia mi faceva l’occhiolino e scompariva di nuovo dentro al suo nido di legno. Mi c’ero affezionato. Poi mettevo la moka sul gas e tre biscotti sulla tavola. La giornata partiva così.
La casa in collina era solitudine beata, natura, amicizia di civetta. Niente televisione, né telefono, né giornali: avrebbero potuto distogliermi dalla fantasia e riportarmi alla bieca, triste, grigia realtà dell’appiattimento artistico.
Non avevo altro che un fottuto mare di tempo per scrivere la storia: quella che mi girava in testa. L’ultima che avevo intenzione di regalare al mondo prima di gettare lo scrittore che mi ritenevo essere nell’abisso dell’invisibilità.
Il mattino lo dedicavo alla stesura vera e propria. I ferri del mestiere? Biro e quaderno a righe. Di penne tenevo una scorta nella madia, l’inchiostro era un blu divino e quasi obbligatorio. Il computer lo avevo lasciato giù in città, mio figlio lo infarciva di giochi spacca cervello e mia moglie ne riempiva lo schermo di videochiamate a sfondo culinario.
La stanza dove accoglievo la fantasia era il salotto. Ampia finestra affacciata sull’unica via di accesso alla casa, che tutti chiamavano la lunga strada di sabbia a causa di quello strano fondo renoso che mal si coniugava con l’ambiente. Il bosco di castagni era lì a due passi, la strada vi s’infilava tranquilla, diventando sentiero tortuoso.
Staccavo di scrivere all’ora di pranzo, vuoi per la fame, vuoi per la noia che sopraggiungeva inevitabilmente dopo dieci pagine riempite di corsivo. Cucinavo pasta al dente, insalate di riso e porcini che rinvenivo al piede di castagni compiacenti.
Il pomeriggio lo dedicavo alle passeggiate. Un buon libro ha bisogno di due cose: accogliere la fantasia e raccogliere le idee. Io le chiamo le due verità. Senza di esse, ogni racconto risulterebbe insipido, carente, mediocre. Il bosco apriva le sue cosce smeraldo a me che non sono boscaiolo, spalancava rami come in procinto di abbracciare lo straniero che veniva a invaderlo. Ma non ero nemico, riconosceva in me l’umano che veniva in pace.
Parlavo con le foglie appena nate, gli rivelavo i tormenti, i subbugli del cuore, perfino qualche frase che avevo scritto al mattino. In mezzo al bosco, tra quei castagni rugosi e contorti, mi sentivo forte come un leone. Una sensazione mai provata.
Rincasavo prima del tramonto. Per cena apparecchiavo la mia stanchezza cucinando il minimo necessario a sostentare il corpo e a tenerlo leggero. La sera s’illuminava di stelle, che nel buio si mostravano con un abito di Via Lattea, pronte perfino a sposarmi. Andavo a letto presto, esausto per il camminare ma soprattutto per la fatica dell’invenzione. Il cervello si stanca quando mette a nudo sé stesso, volando sui fogli.
Accadde il settimo giorno.
Avevo scritto un bel gruzzolo di pagine. Tre quaderni erano completi, il quarto era appena iniziato. La mia storia andava a gonfie vele, filava liscia come un veliero su mari d’olio: dei personaggi veniva fuori il carattere, dalle ambientazioni usciva il colore, nella narrazione si profilava la poesia e i dialoghi profumavano di verità.
Accadde nel pomeriggio, durante la solita passeggiata.
Due castagni centenari, cresciuti uno di fronte all’altro ai lati del sentiero (incontravo tutti i giorni i loro tronchi nodosi) piegarono le fronde appena mi videro arrivare. Quei guardiani senzienti fermarono il mio incedere con un sussulto di rami che, come braccia possenti, si mossero andando a formare una specie di varco, una strettoia nel sentiero ricreata appositamente per essere oltrepassata con rispetto. Pensai di tornare indietro ma la via dietro di me sembrò svanire nella nebbia.
Panico.
Guardai i castagni, prima l’uno poi l’altro, domandando silenziosa la ragione di quel gesto che sapeva di magia. Mi risposero con uno sfoggio di radici che animarono il terreno e con un saluto legnoso che pareva il grido di giganti antichi. Compresi che, volente o nolente, avrei dovuto passarvi attraverso. Esitai.
Mi giunsero alla mente alcune scene di libri miei e qualche sogno infranto dal cucù. Finché decisi di superare quel varco, sperando che fosse solo uno scherzo silvano.
Andai, il passo pesante della paura. Era la porta proibita, la soglia che conduceva a un altro mondo: ne nutrivo la certezza quasi matematica. Quel pensiero mi torturava.
E quando la ebbi oltrepassata mi si parò dinanzi nient’altro che un bosco. Seppure diverso.
Era un insieme di alberi palesemente finti, si capiva dai fusti dritti, tutti uguali, senza sfumature di colore. Il sentiero pareva disegnato, idem per il cielo sopra di me. Nessun odore, né suono. Mi chinai a toccare l’erba, un tappeto che si ripeteva identico come un panno da biliardo.
Plastica.
Anche le foglie basse degli alberi avevano una consistenza simile. Ne sfiorai alcune ed erano senza vita, né turgore. Perfino il sottobosco pullulava di oggetti ricreati a imitazione. Funghi di gomma tentai di cogliere, ma il suolo li tratteneva a sé. Provai a piegare rami che rimanevano rigidi, a strappare foglie che restavano attaccate, a scavare il suolo che rimaneva intatto.
Sollevai lo sguardo e, nel celeste perfetto del cielo tra le fronde, intuii l’immobilità del tempo.
Pensai di riattraversare la porta e tornare nel bosco, poiché quello non era bosco ma una creazione virtuale. Invece feci alcuni passi avanti, nel silenzio di quella non-vita, innaturale perfezione. Soltanto l’aria era reale, sebbene ciò che respiravo non avesse profumo, né sentimento.
A un tratto mi bloccai. C’era qualcosa di non-bosco sul ciglio del sentiero.
Un fascicolo.
Mi chinai a studiare quell’oggetto di carta, che stonava con un simile paesaggio. Erano centinaia di fogli A4, trattenuti insieme da una fascetta. C’era del testo su quei fogli. Compresi fin da subito che si trattava di un manoscritto lunghissimo: ne sarebbe scaturito un libro di mille pagine. Non vi era alcun titolo, ma lessi l’incipit.
Prima che i secoli sedimentassero in polvere e i nomi dei sapienti sbiadissero nelle biblioteche sommerse, ci eravamo illusi che la conoscenza fosse un cerchio perfetto, una geometria divina capace di contenere ogni atomo, ogni eresia e ogni teorema. In queste pagine, l’algebra delle stelle si mescola al fango delle trincee e il segreto della fotosintesi dialoga con l’ombra di Dio.
Eppure, tra la precisione dei cataloghi e la bellezza dei codici miniati, scorre un’unica, inesorabile vena di paura: la consapevolezza che ogni impero della mente è stato edificato mentre fuori, oltre le mura del pensiero, infuriava la peste. È stato proprio allora, nel cuore del contagio e del disordine, che l’uomo ha sentito il bisogno febbrile di nominare ogni cosa, sperando che l’inchiostro potesse fermare il battito del caos.
Meraviglioso.
Mi era capitata fra le mani una grande storia, come quella che avevo intenzione di scrivere. Potevo prenderla? Chi l’aveva scritta? Chi l’aveva messa in quella finzione di bosco? Un mago? I castagni?
Nessuno rispose.
Misi il fascicolo sotto braccio e attraversai la porta dando un’ultima occhiata a quel mondo di plastica. Di qua, era già il crepuscolo: dovevo sbrigarmi.
Salutai i castagni, ripresi il sentiero, mi chiusi in casa e, senza cena e senza sonno, sbirciai disperatamente il manoscritto, leggendo a balzi per una notte intera.
Lo giudicai magnifico. Afferrai i quaderni su cui avevo buttato giù alcuni capitoli e li gettai nel caminetto. Presi un fiammifero e bruciai le mie fantasie.
Dopo cinque minuti erano ridotte in cenere.
Lasciai la casa quel giorno. Tornai in città. Diedi un bacio a mia moglie e una carezza a mio figlio, dicendo loro che adesso si svoltava. Quando sarebbero arrivati i compensi per le vendite del mio capolavoro, li avrei portati a Parigi, compreso Euro Disney, con un volo di linea seduti in prima classe.
Affidai il fascicolo al mio editore, che lo prese in carico senza battere ciglio.
Attesi.
Mi rispose dopo una settimana con un messaggio che pareva un telegramma.
«Manoscritto rifiutato. È Intelligenza Artificiale. Banalità e standard narrativi. No sentimento. No emozioni. Il nostro rapporto è da considerarsi chiuso.»
Rimasi di stucco.
Ritrovai il fascicolo di fianco alla cassetta postale. Gli diedi fuoco in giardino. Formò una colonna di fumo puzzolente e, con mia grande sorpresa, non scomparve ma divenne un globo grigio di plastica fusa, che gettai nella pattumiera.
Misi in vendita la casa.
Dimenticai il bosco. Buttai le penne, i quaderni e ogni altro aggeggio che mi ricordasse la scrittura.
Avevo smarrito l’immaginazione.
Nota per il lettore
L'autore si è avvalso del supporto dell’intelligenza artificiale (Gemini) per la stesura dell'incipit del romanzo ritrovato nel bosco
Citation
Piattelli, G. (2026). Mille pagine. Aletheia - A Journal of Literary and Linguistic Studies, Vol. II, Number 37.
TYPE: Original Work
The full text is available for free on Academia.edu





Attualissimo, scritto con intelligenza tradizionale e con sorpresa finale. Davvero piacevole.
Un racconto molto bello e significativo