Paul Valéry e le parole
Non credo alle parole Sono canestri vuoti, sillabe erranti, maschere di fragili inganni, soffi leggeri d'improbabilità presente. Avverbi del non senso, vento ciarliero, che il tempo consuma, annulla, cancella. Sono foglie leggiadre, volo d’inutilità, lame che tagliano, castigano, segni indelebili che si dissolvono sul tappeto della vita. Le pieghiamo al disincanto della poesia: terzine e rime, sculture d’aria fragile, che il nulla divora senza pietà. Non hanno radici, non conoscono il fiorire. Sono ombre tremanti, specchi mutevoli in un mondo che le piega e le spezza. Eppure, ci seducono, file nere di formiche lungo la consecutio temporum, illusioni d’ordine nel caos. Forse, nel silenzio, le parole riposano, sigilli di promesse mai mantenute, pesi atavici, voli spezzati di antichi sogni non detti. (Antonio Ferragamo, 2025, poesia inedita che riporto per gentile concessione dell’autore)
Le parole del linguaggio ordinario—ossia il linguaggio che usiamo nella vita di tutti i giorni—si contraddistinguono per le loro imperfezioni e per la loro inaffidabilità. A differenza delle parole dei linguaggi tecnici, quali quelli della matematica e della fisica, le parole del linguaggio ordinario sono imprecise, approssimative e ambigue. Non ci sorprende affatto la disincantata e amara sfiducia che il poeta Antonio Ferragamo esprime nei loro confronti. Come non biasimarle infatti per i tradimenti che esse perpetrano e per i disonesti fini a cui si prestano? Come non criticarle per le falsità che tramettono? Come non riconoscere l’inutilità che molto spesso le caratterizza? Come non diffidare di questi “specchi mutevoli”, della loro innata propensione all’adulterio semantico, al concedersi al miglior offerente, al più sfacciato, bieco e riprovevole opportunismo? E ancora: come non temerle per le incurabili ferite che provocano, per l’irreparabile male che causano, per l’indelebile vergogna che gettano?
Le parole del linguaggio ordinario sanno essere armi, “lame che tagliano”, ma possono anche curarci, consolarci, accarezzarci, farci sorridere. Possono frenarci, inibirci, ma possono anche incitarci, spronarci, incoraggiarci. Possono traboccare di significati, ma possono essere anche dei “canestri vuoti”.
Eppure—nonostante tutte queste imperfezioni, nonostante la loro intrinseca ambiguità ed inaffidabilità, nonostante siamo ben consapevoli di tutto questo—esse “ci seducono”. Ci seducono per l’ordine che sembrano dare al caos, per le illusioni che sanno promettere, per la loro grazia e levità.
Tra i professionisti della parola, che delle parole hanno fatto il loro strumento e ambito di lavoro, lo scrittore francese Paul Valéry (1871-1945) è stato senz’altro uno dei più scettici sull’uso che se ne fa nel linguaggio ordinario.
Poeta, saggista e filosofo, membro dell’Académie Française, Paul Valéry indagò per più di cinquant’anni la natura del pensiero, i suoi meccanismi, le sue possibilità e i suoi limiti. Gran parte delle sue riflessioni—che abbracciano ambiti tanto diversi quanto la letteratura, la filosofia, la psicologia, la linguistica, la religione e la matematica—egli le affidò ai suoi Cahiers1, una monumentale opera di più di 26.000 pagine che compose quotidianamente dal 1894 al 1945.
Secondo Valéry, il linguaggio—inteso nel suo senso più generale, in tutte le sue forme—è lo strumento privilegiato per esprimere il pensiero. Nei Cahiers, Valéry afferma molto chiaramente che il pensiero “completamente senza linguaggio è niente” (II, p. 20, 1907-1908). “Pensare ed esprimere il proprio pensiero sono cose poco discernibili. Non c’è separazione netta. Fra pensare ed esprimere il proprio pensiero non c’è che una sfumatura di linguaggio” (II, p. 32, 1919-1920). Il linguaggio “è l’universo del pensiero” (II, p. 44, 1922).
Il linguaggio è lo strumento privilegiato per esprimere il pensiero innanzitutto perché dà vita alla mente, che del pensiero è la principale sede: “il linguaggio ha fatto quasi tutto, e fra le altre cose ha fatto la mente” (II, p. 32, 1918). Il linguaggio infatti è “strumento della mente riguardo alla mente” (II, p. 12, 1901-1902), il quale dà modo alla mente di rendersi presente a se stessa, e su se stessa di operare. Questa operazione riflessiva che la mente compie su se stessa si svolge sin dalla prima infanzia e attiva il processo di pensiero: “L’infante gioca col suo linguaggio come con i suoi arti, e si parla—ed è l’inizio del pensiero” (II, p. 99, 1943). Pensare è dunque “comunicare con se stessi” (II, p. 70, 1932). Valéry paragona molto plasticamente l’operazione che la mente svolge su se stessa tramite il linguaggio ad un’attività di auto-palpazione: “Grazie alle parole sussurrate e udite interiormente, esploro il mio pensiero, i miei possedimenti, il mio possibile—mi percorro parola per parola; e senza di esse, niente sarebbe nitido interiormente. Sono migliaia di palpi coinvolti quasi sempre in miliardi di esperienze—come il sistema nervoso di un sistema nervoso” (II, p. 22, 1911). Mediante quest’operazione, il linguaggio rende quindi l’individuo un “essere pensante (che) tende a vivere più nell’espressione delle cose che nelle cose” (II, p. 51, 1926).
In secondo luogo, il linguaggio è lo strumento privilegiato per esprimere il pensiero perché gli dà una specifica forma: “Il Pensiero organizzato è tale soltanto mediante un linguaggio—consiste in uno scambio perpetuo fra cosa – idea di cosa – e atto-segno” (II, p. 93, 1941). Infatti, il pensiero puro, inarticolato, senza uno strumento come il linguaggio che gli desse una forma, resterebbe quello che è, ossia puro “sogno—inutile, terribile, circolare, stupido (…) una serie infinita [che] non ha nessun valore per se stesso” (I, p. 355, 1903-1905)2; “Quando si annulla il linguaggio si è spaventati, umiliati, annullati, giacché subito si annulla (…) tutta la civiltà (…) e il mondo, e non resta altro se non ciò che non somiglia a niente, l’informe” (II, p. 49, 1926).
Infine, il linguaggio permette di superare il dato sensibile immediato, contingente, di uscire dai limiti del qui e ora, per tornare al passato o per dirigersi verso il futuro: “Soltanto il linguaggio permette all’uomo di non restare limitato alla percezione degli oggetti presenti, alle reazioni immediate che essi suscitano” (II, p. 96, 1943).
Pur nella sua utilità quale mezzo privilegiato di espressione del pensiero, il linguaggio, quando sia usato nella sua forma quotidiana, ordinaria—ossia, non nelle forme tecniche tipiche della matematica, della fisica e delle altre scienze—si rivela però essere, per Valéry, uno strumento inaffidabile.
Il linguaggio ordinario costringe il pensiero, e con esso tutta la realtà, nelle sue ambigue e imprecise gabbie rappresentative—vere e proprie trappole descrittive e interpretative che non possono restituirci che in modo distorto, falsato e impreciso, una minima parte di quanto esse vanno rappresentando: “Ciò che rende oscuro quasi tutto è il linguaggio—perché esso costringe a fissare e generalizza senza che lo si voglia” (II, p. 6, 1898)3.
Vari sono i modi in cui il linguaggio ordinario esercita il suo potere distorcente. Ecco alcuni degli esempi che Valéry ci offre:
“Il linguaggio stabilisce un inizio e una fine mentre questo nella cosa non c’è affatto” (II, p. 7, 1900);
“Il problema del linguaggio consiste (…) nel rappresentare una serie relativamente continua con insiemi di elementi finiti e viceversa” (II, p. 8, 1900);
Il linguaggio “stabilisce delle subordinazioni, delle dipendenze che non esistono affatto nella visione delle cose. Così il necessario legame tra il soggetto e il complemento—abitualmente vero in senso assoluto quando il soggetto è un essere animato—si estende alle cose non viventi e porta a false rappresentazioni” (II, p. 7, 1900); “La cosa pensa – La materia pensa. Proposizioni che diventano meno orride quando ci si chiede se i possibili soggetti del verbo pensare non siano semplici tappabuchi, mezzi dedotti esclusivamente dal bisogno di avere e usare questo verbo. Il verbo crea il suo soggetto e tutto ciò che gli serve affinché la forma di espressione sia completa, possa funzionare” (II, p. 258, 1925);
Il linguaggio “diminuisce o annulla la capacità di percepire il campo delle trasformazioni possibili. Esso si impone, si sostituisce alle cose—introduce l’identità di cose fra loro differenti” (II, p. 96, 1942);
“Fra piacere e dolore non c’è rapporto. Il linguaggio li combina in contrasti come il bianco e il nero, il giorno e la notte (…) il sale e il pepe, o lo zucchero e il sale… o il Bene e il Male. Ma chi sa che l’opposizione del Bene e del Male non sia pura retorica?” (III, p. 431, 1927-1928); “Se tu dici: la Vita E la Morte - questa parolina E comporta simmetria, equivalenza, in un primo tempo mentale [indipendentemente dagli elementi che vengono associati e identificati4]; contrasto in un secondo, e opposizione, incompatibilità—il che deriva dalla forma sostantivata data a queste due idee. Ora (…) vita e morte non sono affatto come due figure contrapposte e che sia possibile comporre in un monumento. Sono, o dovrebbero essere, cose di cui l’una è una modificazione dell’altra, e ha bisogno dell’altra. Tutta una retorica metafisica è stata generata dalla notazione. Similmente (…) Il Giorno E la Notte, Il Bene E il Male, (…) Tutto ciò è allontanamento dall’osservazione e abuso della libertà della notazione mediante sostantivi, copula e attributi (…) Così questa semplice considerazione sul linguaggio mostra le insidie che esso contiene e la tendenza che imprime alla mente a scostarsi dalle cose e a entrare nel gioco delle sue combinazioni formali” (II, pp. 74-75, 1934);
“Ci sono accostamenti che facciamo soltanto grazie al linguaggio. Mediante i (…) segni (…) accostiamo oggetti di conoscenza che da soli non avrebbero mai avuto rapporti” (II, p. 56, 1928-1929); “Linguaggio—modo particolare di trasmissione mediante raccordi, additività dei segnali. Il fatto che vi siano raccordi ha come conseguenza che la cosa ricevuta o prodotta non ha alcuna relazione razionale con la cosa che emette” (II, p. 60, 1929).
Il linguaggio ordinario permette quindi sì al pensiero di essere espresso, ma alle specifiche condizioni che il linguaggio ordinario gli impone. Queste condizioni imprimono al pensiero le forme precostituite del linguaggio ordinario, con varie importantissime conseguenze.
Innanzitutto, come ci mostrano gli esempi portati da Valéry, il linguaggio ordinario provoca un’irrimediabile alterazione del pensiero stesso.
In secondo luogo, il linguaggio ordinario dirotta, svia i nostri pensieri: “La presenza delle parole e delle forme di un linguaggio già dato, appreso fin dall’infanzia, e col quale abbiamo contratto un’intimità così immediata che non riusciamo più a distinguerlo dal nostro pensiero organizzato—giacché esso è già in gioco quando quello si organizza—limita, fin da quando è in germe, la nostra creatività mentale (…) plasma quel pensiero più che esprimerlo – e addirittura ne orienta lo sviluppo in una direzione diversa da quella iniziale” (II, pp. 88-89, 1940); “Il linguaggio (…) trasforma il mio punto di vista” (II, P. 18, 1903).
Infine, il linguaggio ordinario permette persino di dare vita ed espressione al non-pensabile, a ciò che non può neanche essere pensato: “Parole indeterminate - Quelle che permettono di scrivere ciò che non sarebbe possibile pensare (…) Dio. Universo. Infinito. Causa. Spirito. Anima” (II, p. 79, 1936). “Notare (…) come con il linguaggio irrazionale si sia insediata quella strana proprietà del linguaggio che consente di dire quello che non si può neppure concepire” (II, pp. 25-26, 1913).
Ecco quindi il grande inganno che ci tende il linguaggio ordinario: “Tutto accade per noi (nella stragrande parte dei casi) come se il linguaggio ordinario fosse una rappresentazione esatta della nostra coscienza e conoscenza. Crediamo a problemi, implicazioni, relazioni reali, che esistono soltanto nella sua forma e nei suoi modi prestabiliti” (II, p. 46, 1924-1925).
Purtroppo “Il linguaggio comune non coincide affatto con quello dei mezzi reali del nostro pensiero. Esso non lo divide né lo compone con esattezza. Per questo le scienze si fabbricano un linguaggio che si riferisce sempre a osservazioni o operazioni sensibili, che siano sempre tali che il linguaggio comune possa descriverle con esattezza” (II, p. 56, 1928).
Da dove origina l’inaffidabile imprecisione ed approssimazione del linguaggio ordinario?
Probabilmente colto da un momento di totale scoramento, Valéry laconicamente annota: “Il linguaggio non ha mai visto il pensiero” (II, p. 10, 1901-1902). Ma poi, in varie altre occasioni, propone una spiegazione di tipo storico. L’imprecisione del linguaggio ordinario deriva dal modo in cui esso si è venuto formando nei vari secoli a seguito del caotico e disordinato accavallarsi di singoli e casuali contributi, non coordinati da alcun progetto o scopo comune ma solo da accidentali e momentanei scopi individuali. “Il linguaggio usuale è un miscuglio, un complesso molto impuro di metodi differenti. Quella parola è nata da quel certo punto di vista nel nmo secolo. Quell’altra è selvaggia. Identica osservazione per le forme e la sintassi” (II, p. 27, 1914); “Le parole (…) sono state forgiate o messe in circolazione da individui imprecisati, in circostanze particolari, alterate da accidenti retorici, spesso senza tener conto degli impieghi precedenti” (II, p. 65, 1931); “Il sistema (…) delle parole di una lingua è sempre irregolare essendo stato perseguito secondo il bisogno, e a scatti, senza prospettiva né scopo che non fosse contingente. Non desta perciò troppa meraviglia il fatto che questi sistemi siano incompleti – con sovraccarichi, lacune, reciproci straripamenti di significati – e non suddivisioni uniformi della conoscenza. Mancano così certe opposizioni – certe simmetrie” (II, pp. 14-15, 1903); “Accade molto spesso che si sia tentati di cercare la differenza fra due termini che sembra si possano usare indifferentemente, quasi sinonimi – e che ci si sforzi di creare (più che trovare) questa differenza. E l’uso finisce spesso per adottare la soluzione così inventata. Ma non ci si avvede che il linguaggio è costituito da creazioni di diverse epoche, indipendenti le une dalle altre, e che non è stata un’unica volontà a distribuire le funzioni e a costruire il vocabolario in modo ordinato e metodico. Ne consegue che sono state introdotte le due parole, ciascuna in una data circostanza – e che l’idea di una differenza fra loro è l’idea di qualcuno che presuppone, al contrario, che quella formazione sia stata simultanea, ordinata, ecc. In realtà, fra quelle parole non c’è più differenza di quanta non ce ne sia fra due cose non destinate a incontrarsi” (II, pp. 102-103, 1944).
Queste considerazioni sul ruolo che riveste il caotico accavallarsi di singoli e disorganici contributi nella formazione del linguaggio ordinario, portano Valéry a trarre alcune conclusioni.
Innanzitutto, Valéry intuisce la natura essenzialmente statistica del linguaggio ordinario: “Il linguaggio è un insieme statistico. Le leggi sono soltanto constatazioni. Una regola di sintassi è soltanto una probabilità” (II, p. 44, 1923). Conclusione, questa che trova ampia conferma con i moderni sistemi di Intelligenza Artificiale, i quali riescono ad usare il linguaggio ordinario basandosi principalmente sul calcolo delle probabilità delle sequenze di parole.
Valéry nota poi che, inevitabilmente e inavvertitamente, l’uso del linguaggio ordinario inocula nel nostro pensiero la società—quel “mucchio di alterità sconosciute o conosciute” (II, p. 103, 1944)—che quel linguaggio ha forgiato con i suoi “commerci, espedienti, intrighi, pressapochismi, menzogne, bisogni di ottenere, di sedurre, di intimorire” (II, pp. 103-104, 1944); “Vi destate, o mio pensiero, completamente preformato da non si sa chi! E nel mio intimo non trovo che altri!” (II, p. 83, 1939). Questa inoculazione ha l’effetto di plasmare il nostro stesso Io, la nostra personalità: “Il linguaggio è inseparabile da una Società, ossia da rapporti per brancolamenti, scambi di fatto, contagi mimici fra un certo numero di simili-dissimili (…) Non so che cosa sarebbe stato il mio pensiero se fossi stato allevato in Cina e istruito nella lingua cinese. Ciò che mi resta di me dopo questa formazione, ciò a cui essa non mi dà gli strumenti per rispondere, ciò a cui mi fa rispondere senza che io non sospetti neanche che potrei rispondere in modo completamente diverso—è questo l’ambito delle possibilità della mia personalità” (II, p. 96, 1943).
Valéry infine avverte (al pari dei neopositivisti del circolo di Vienna) la necessità di costruire un linguaggio puro, scevro di imprecisioni: “Ebbi l’idea di concepire una lingua artificiale (…) pura (…) che rispetto alla lingua naturale fosse ciò che la geometria cartesiana è rispetto alla geometria dei Greci” (II, pp. 53-54, 1927)—un esercizio, questo, che, secondo Valéry, la letteratura ha da sempre condotto: “Il linguaggio ordinario è costituzionalmente impuro. La letteratura raffinata tenta di costruire quasi senza saperlo un linguaggio generale puro—come le Scienze costruiscono il loro linguaggio particolare puro. Puro, ossia preceduto da convenzioni esplicite e costruito secondo un punto di vista” (II, p. 55, 1927).
Indubbiamente, le riflessioni di Valéry sulle miserie del linguaggio ordinario, sulla sua intrinseca imprecisione, inaffidabilità e ambiguità, contrastano fortemente con l’evidente utilità che il linguaggio ordinario riveste nella nostra vita quotidiana. Pur con tutti i suoi limiti, il linguaggio ordinario ci permette comunque di condure una certa vita sociale, di gestire i nostri affari, di capire i discorsi fatti in lingue diverse dalla nostra, e così via—utilità che peraltro Valéry non nega affatto, a patto che non si attribuiscano al linguaggio ordinario proprietà che esso non ha: “Esso va bene, svolge il suo ufficio, quando viene preso, lasciato secondo l’occasione e il bisogno come un attrezzo, - una pinza, un succhiello – o come un mezzo monetario – a volte come un’arma. Ma giammai come un oracolo—come se ne sapesse più di noi” (II, p. 103, 1944).
Non bisogna però fraintendere Valéry. Quello da cui Valéry ci vuole mettere in guardia è la tentazione—a cui sempre ci spingono gli automatismi, innati ed appresi, della nostra mente—di delegare al linguaggio ordinario le funzioni che sono di specifica pertinenza del pensiero, prima tra tutte quella che permette al pensiero di osservarsi mentre opera e di indagare le condizioni che lo rendono possibile (processo di auto-osservazione che, come abbiamo visto, può però attivarsi e avvenire solo mediante l’ausilio del linguaggio, il quale è lo “strumento della mente riguardo alla mente” [II, p. 12, 1901-1902]).
Il limite tra pensiero e linguaggio ordinario viene chiaramente superato quando quest’ultimo prende il sopravvento e sostituisce completamente il nostro pensiero: “Si pensa in generale (…) NEL linguaggio, - e occorre una specie di sforzo per accorgersene e non ridurre tutto lo sviluppo susseguente a mere espressioni del linguaggio, vale a dire a combinazioni che offrono i loro pezzi da gioco e le leggi della loro specifica scacchiera a tutte le modalità mentali – mediante determinati sacrifici e con determinati vantaggi. A volte se ne deduce che pensare non vuol dire altro che parlarsi in un certo modo” (II, p. 78, 1935-1936). In quel momento, il linguaggio ordinario ci impone le sue illusioni, facendocele apparire come estensioni del nostro pensiero: “Il linguaggio comune (…) inserisce fra la nostra singolarità e la conoscenza di essa, un’espressione di origine estranea e statistica, inesatta – la quale ci impone certe illusioni sull’estensione di ciò che pensiamo, produciamo” (II, p. 54, 1927).
Ecco allora la necessità (e la difficoltà) di elaborare un meta-linguaggio specifico per lo studio di quel “linguaggio interiore reale” che è il pensiero: “Di che cosa si compone il linguaggio interiore reale? Sembra cosa nota e non lo è affatto. E tocchiamo il punto dell’intraducibile. Qui sarà proprio necessario fermarsi e trovare qualcosa che si comprenda da sé. Ciò che ordinariamente si chiama pensiero è ancora soltanto una lingua. A dire il vero una lingua molto particolare e i cui assiomi differiscono molto dagli assiomi del linguaggio ordinario. Ma dove comincia la traduzione? E che cosa è tradotto?” (III, p. 116, 1900-1901).
Valéry cercherà di elaborare questo meta-linguaggio per tutto il resto della sua vita (si veda ad esempio: “Il mio dizionario. Ho passato la mia vita a farmi le mie definizioni”, II, p. 83, 1938-1939) e vari altri studiosi lo seguiranno in questo tentativo.
Credo, comunque, sia opportuno osservare che qualsiasi tentativo di elaborare un simile meta-linguaggio non possa che passare, almeno inizialmente, attraverso il linguaggio ordinario—come del resto avviene per la costruzione di un qualsiasi linguaggio tecnico o scientifico. Non si può che partire da termini già noti, pur se ambigui e incerti, per arrivare poi a definire per ciascun termine, sulla base della teoria di riferimento, uno specifico significato, da tutti univocamente condiviso (come è successo per il concetto di forza in fisica). Si possono ovviamente anche coniare nuovi termini, i quali ricevono però generalmente il loro valore sempre a partire dalla teoria di riferimento e dai termini tecnici già definiti.
A dispetto delle pessimistiche conclusioni che si possono trarre dalle riflessioni di Valéry, bisogna infine tener presente anche un ulteriore vantaggio che il linguaggio ordinario può offrire. Questo vantaggio deriva dal fatto—che sembra oramai essere accertato in base ai metodi e alle tecniche della recente ricerca scientifica—che il linguaggio ordinario e il pensiero non sono completamente sovrapponibile: può cioè esistere pensiero senza linguaggio ordinario. In questa prospettiva, il linguaggio ordinario si configura come uno strumento aggiuntivo al, e autonomo dal pensiero. In quanto tale, il linguaggio ordinario può servire per compensare le lacune del pensiero, fornendo così—se ben governato—supporto e occasioni di sviluppo che il pensiero da solo non potrebbe procurarsi.
Come dicevo, è solo grazie ai metodi e alle tecniche della ricerca scientifica più recente che si è potuto dimostrare la non completa sovrapponibilità di linguaggio ordinario e pensiero. Come notano Fedorenko e Varley:
Evidence from brain imaging investigations and studies of patients with severe aphasia show that language processing relies on a set of specialized brain regions, located in the frontal and temporal lobes of the left hemisphere. These regions are not active when we engage in many forms of complex thought, including arithmetic, solving complex problems, listening to music, thinking about other people’s mental states, or navigating in the world. Furthermore, all these nonlinguistic abilities further appear to remain intact following damage to the language system, suggesting that linguistic representations are not critical for much of human thought.
[Traduco: Le evidenze fornite dalle tecniche di neuroimmagine e da studi su pazienti affetti da afasia grave mostrano che l’elaborazione del linguaggio si fonda su un insieme di regioni cerebrali specializzate, situate nei lobi frontale e temporale dell’emisfero sinistro. Queste regioni non si attivano quando eseguiamo varie forme di pensiero complesso, quali il calcolo aritmetico, la risoluzione di problemi complessi, l’ascolto della musica, il pensare agli stati mentali altrui o l’orientarsi nel mondo. Inoltre, tutte queste capacità non linguistiche sembrano rimanere intatte anche in seguito a un danno del sistema linguistico, il che suggerisce che le rappresentazioni linguistiche non siano cruciali per gran parte del pensiero umano]5.
Inoltre, l’evidenza neurofisiologica mostra che l’uso del linguaggio geometrico e del linguaggio proto-musicale non coinvolge le aree celebrali dedicate alla produzione del linguaggio ordinario6.
La constatazione che possa esserci pensiero senza linguaggio ordinario smentisce quindi l’ipotesi di Valéry che il pensiero “completamente senza linguaggio è niente” (II, p. 20, 1907-1908) e che “Pensare ed esprimere il proprio pensiero sono cose poco discernibili. Non c’è separazione netta” (II, p. 32, 1919-1920).
Non sarebbe onesto, ovviamente, criticare un finissimo pensatore quale Paul Valéry per aver sostenuto quest’ipotesi che è stata smentita da metodi e tecniche scientifiche non disponibili ai suoi tempi.
Personalmente, mi rimane comunque il dubbio del perché egli non abbia saputo tener in debito conto due comuni indizi fenomenologici, i quali gli avrebbero potuto far intravvedere che il linguaggio ordinario e il pensiero sono due strumenti separati, non esattamente sovrapponibili, ed in quanto tali, vicendevolmente integrabili, potendo ciascuno sopperire ai limiti e alle rigidità dell’altro. Si pensi innanzitutto al caso in cui abbiamo in mente una cosa da dire ma non riusciamo a trovare la parola o la frase per comunicarla—il che ben attesta come vi possa esse pensiero senza linguaggio ordinario. Si consideri poi il caso speculare di come il linguaggio ordinario riesca talvolta a chiarire i nostri stessi pensieri, caso questo ben descritto da Edward Morgan Forster nel suo Aspects of the Novel del 1927: “Come posso capire ciò che penso, finché non vedo ciò che dico?”7.
Endnotes
Mi avvalgo qui dell’edizione italiana, intitolata Paul Valéry. Quaderni, pubblicata in cinque volumi da Adelphi, Milano, negli anni: Vol. I, 1985; Vol. II, 1986; Vol. III, Vol., 1988; Vol. IV, 1990; Vol. V, 2002. Per ogni citazione, indico—nell’ordine—il volume, in cifre romane, la pagina del volume e l’anno in cui Valéry originariamente scrisse il testo.
Sul pensiero puro come sogno, si veda anche il passo in cui Valéry sostiene che quando i pensieri si disfano totalmente del linguaggio, essi “tendono sempre necessariamente all’essere e al sogno. Il pensiero si mantiene alla superficie del reale soltanto grazie al linguaggio” (II, p. 31, 1917).
È doveroso notare che in molte occasioni Valéry si riferisce ad un generico “linguaggio”, senza specificare se si tratti del linguaggio ordinario o di altro tipo di linguaggio. Dal contesto complessivo delle argomentazioni che egli formula nei Cahier e in altri scritti, risulta comunque molto chiaramente che il bersaglio della sua critica è specificamente il “linguaggio ordinario” e non i linguaggi tecnici, quali la matematica e la fisica.
La frase fra parentesi quadre compare più avanti nel testo, sempre alla p. 74, ma la riporto qui per maggior chiarezza espositiva.
Fedorenko, Evelina and Rosemary Varley. (2016). “Language and thought are not the same thing: evidence from neuroimaging and neurological patients.” Annals of the New York Academy of Sciences, 1369(1): 132-153.
Dehaene, Stanislas, Fosca Al Roumi, Yair Lakretz, Samuel Planton and Mathias Sablé-Meyer, M. (2022). « Symbols and mental programs: a hypothesis about human singularity.” Trends in Cognitive Sciences, 26(9): 751-766.
Forster, Edward Morgan. (2018). Aspetti del romanzo. Milano: Garzanti, p. 115
Citation
Marchetti G. (2026). Paul Valéry e le parole. Aletheia - A Journal of Literary and Linguistic Studies, Vol. II, Number 24.
DOI: https://doi.org/10.5281/zenodo.18622336
TYPE: essay
The full text is available for free on Academia.edu:



Affascinante e scoraggiante al tempo stesso. Credo di preferire le imprecisioni dei metodi tradizionali alla perfezione auspicata da Valery. Il mondo delle parole diventerebbe il più arido dei deserti.
Molto bella la poesia d'introduzione.