Perché l’arte?
Suonano i violini della Filarmonica di Kherson Dal Ponte di Kerch A Zaporižžja Suonano i violini la bandura e i sopilka seguono. L’ordalia di guerra ha spezzato la bacchetta ma... la melodia rimane. Volevate un requiem ma l’aere conserva filarmoniche armonie. Adesso... tacitate il suono monocorde delle bombe. Il sipario si apre il maestro Yurii Kerpatenko si esibisce la musica canta la Vita. (Antonio Ferragamo, 15 Ottobre 2022, poesia inedita che qui riporto per gentile concessione dell’autore)
Perché l’arte—nelle sue varie forme espressive: letteratura, musica, cinema, danza, scultura, pittura, architettura, fotografia—è così importante per noi esseri umani? Perché ci affidiamo ad essa anche nei momenti più bui, terribili e angosciosi della nostra vita? Perché non vi sono difficoltà, amarezze, malattie o ingiustizie che ci impediscano di ricorrere all’arte per aiutarci a superarle e vincerle?
Come ci ricorda Antonio Ferragamo nella poesia Suonano i violini della Filarmonica di Kherson che ha dedicato a Yurii Kerpatenko—il direttore della Filarmonica di Kherson assassinato il 28 settembre 2022 dalle forze occupanti russe per essersi rifiutato di prendere parte ad un concerto propagandistico con cui volevano celebrare le presunte “migliorate condizioni di pace” portate dal loro arrivo1—nemmeno il peggiore di tutti i mali, la guerra, riesce a trionfare sull’arte: “Volevate un requiem / ma l’aere conserva / filarmoniche armonie”.
Eppure non sembrerebbero esserci ragioni sufficienti per affidarci all’arte. Con l’arte non si pone fine alle guerre, non si sfamano gli affamati, non si debellano le malattie. E, allora, da dove deriva questa irresistibile forza dell’arte, il suo ineludibile fascino?
Credo che la maggior parte delle persone riconosca nella capacità dell’arte di distrarci, di non farci pensare a quanto stiamo vivendo, alle nostre miserie, tristezze e preoccupazioni, il potere quasi anestetico dell’arte. Adottando una terminologia psicologico-cognitiva più precisa possiamo dire che l’arte serve o ci aiuta a distogliere la nostra attenzione.
Indubbiamente, l’arte ha questo potere. Lo testimonia il fiorire dei generi letterari quali i romanzi rosa, i fantasy e i gialli, del cabaret, del teatro di varietà, della musica leggera, dei serial televisivi, che si sono sviluppati per soddisfare la crescente domanda di un pubblico desideroso principalmente di svagarsi e di divertirsi senza impegnarsi troppo.
Ma, direte voi, ci sono anche altre attività che hanno il potere di distogliere la nostra attenzione e di anestetizzare le nostre coscienze. Per non pensare a qualcosa che ci opprime o ci infastidisce, non sempre e non necessariamente dobbiamo ricorrere all’arte: basta una bella passeggiata in mezzo al bosco o in aperta campagna, una chiacchierata con gli amici o lo shopping nei negozi del centro.
Perché dunque ricorrere all’arte? La mia ipotesi è perché l’arte sa soddisfare al contempo altri e ben più importanti e vitali bisogni.
Come rivelano le fiabe e, più in generale, la letteratura dell’infanzia, l’arte insegna al bambino a superare le sue paure e angosce non sottraendosene, ma trasfigurandole e facendole rivivere in lui attraverso le vicende di altri personaggi. Streghe, orchi e animali feroci (uno su tutti: il lupo in Cappuccetto Rosso e ne I Tre Porcellini) danno corpo alle sue paure più profonde e recondite—l’abbandono, l’ignoto—rendendo visibile e concreto ciò che prima per lui era solo uno strano senso di inquietudine e disagio, un’emozione indefinita, una stretta allo stomaco. Questo permette così al bambino di identificare e definire precisamente le sue paure. Inoltre, l’inevitabile immedesimazione del bambino con l’immancabile eroe positivo e coraggioso che sa sconfiggere i personaggi negativi, gli permette di contrapporsi ad essi e quindi di gestire le paure che prima non riusciva a controllare. In questa prospettiva, inoltre, non va dimenticato il ruolo fondamentale che riveste la figura genitoriale o parentale che di solito legge o racconta la fiaba al bambino. Questa figura esercita una indispensabile funzione rassicurante, che contribuisce a creare un contesto sicuro e protettivo. In tal modo, i personaggi negativi risultano meno minacciosi e il bambino può affrontare con maggiore serenità e tranquillità le sue paure.
Lo stesso meccanismo di base agisce nei racconti di carattere epico e mitologico, nel teatro greco e nella letteratura che sui miti e sulle paure ancestrali fa leva (penso a Phèdre di Jean Racine, a Moby Dick di Herman Melville, a Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Robert Louis Stevenson, al Processo e alla Metamorfosi di Franz Kafka, a Il Signore degli Anelli di John Ronald Reuel Tolkien e alla Luna e i falò di Cesare Pavese), anche se in questi casi il tipo di paure coinvolte e le condizioni che le scatenano sono di natura ben più complessa di quelli delle fiabe, e l’effetto che viene sortito tende ad assumere un carattere più catartico che di pura regolazione emotiva.
In sintesi, l’arte, definendo e strutturando le cause che stanno alla base dei nostri squilibri emotivi e modulando le condizioni che li determinano, ne attenua l’impatto che essi hanno su di noi e al contempo ci consente di esercitare un più efficace controllo cognitivo-attenzionale delle nostre paure e tensioni, e dei nostri traumi emotivi.
Oltre che a distrarci e ad aiutarci a sconfiggere le nostre paure, l’arte sa farci entrare in contatto con prospettive ed esperienze diverse dalle nostre, senza però richiedere un nostro coinvolgimento reale, diretto. Essa ci dà modo di capire—da una posizione privilegiata e senza rischi—come ci comporteremmo e cosa proveremmo in situazioni ed eventi che raramente abbiamo voglia e modo di sperimentare nella vita reale, contribuendo così ad ampliare significativamente il nostro bagaglio esperienziale e le nostre conoscenze. Forme d’arte quali il romanzo (basti pensare a capolavori assoluti della letteratura quali Madame Bovary di Gustave Flaubert, Anna Karenina di Lev Tolstoj, La coscienza di Zeno di Italo Svevo e Uno, nessuno e centomila e Il fu mattia Pascal di Luigi Pirandello), il teatro e il cinema, generi quali la fantascienza (ad esempio, La macchina del tempo e L’uomo invisibile di Herbert George Wells), l’ucronia (ad esempio La parte dell’altro di Éric-Emmanuel Schmitt e opere cinematografiche come Sliding Doors di Peter Howitt) e forme narrative specifiche quali il romanzo d’avventura e il romanzo psicologico sanno creare le condizioni ideali per permetterci di simulare una serie di situazioni e di sperimentare—in un “ambiente di prova” per noi completamente sicuro—tutta una gamma di sensazioni, emozioni, sentimenti, pensieri, intenzioni e motivazioni che altrimenti richiederebbero, per essere vissute da parte nostra, un significativo dispendio di risorse energetiche che difficilmente potremmo permetterci. In questo contesto, va obbligatoriamente menzionato un maestro indiscusso nell’arte di fare della scrittura e della propria vita di scrittore una continua sperimentazione di idee, teorie filosofiche, letterarie, religiose ed emozioni—anche in palese contraddizione tra loro—quale modalità unica e privilegiata per esplorare il tutto: mi riferisco a Giovanni Papini e in particolar modo al suo Un uomo finito.
In termini psicologici, possiamo quindi affermare che l’arte rappresenti una sorta di “palestra” che ci permette di esercitare ed esplorare in tutta sicurezza le nostre facoltà attenzionali e cognitive e le nostre reazioni emotive, e quindi di scoprire—al riparo da ogni sguardo indiscreto—quei lati della nostra personalità e della nostra natura che solo un’esperienza pratica, reale potrebbe dischiuderci, ma al prezzo per noi di conseguenze sociali e psicologiche imprevedibili, irrimediabili e incalcolabili. Non a caso, Marcel Proust osserva nel suo Alla ricerca del tempo perduto2 che:
In realtà, ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso. L’opera dello scrittore non è che una specie di strumento ottico che egli offre al lettore al fine di permettergli di discernere ciò che, senza quel libro, forse non avrebbe visto in se stesso.A proposito del ruolo che l’arte gioca—in generale—nell’ampliamento delle nostre conoscenze, una considerazione a parte va fatta per l’arte concepita con finalità didattiche, etiche e formative. Rientra tra questa gran parte dell’iconografia cristiana medievale—affreschi, pale d’altare, vetrate medievali (basti ricordare gli affreschi di Giotto da Bondone della Cappella degli Scrovegni)—la musica sacra, il genere delle favole, opere letterarie quali Candido, o l’ottimismo di Voltaire, le Operette morali di Giacomo Leopardi, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, Cuore di Edmondo De Amicis e i trattati pedagogici scritti in forma letteraria (ad esempio, Emilio o dell’educazione di Jean-Jacques Rousseau).
L’arte, inoltre, spesso, anziché distogliere la nostra attenzione da ciò che ci tormenta, intristisce e angoscia, fa proprio l’opposto, invitandoci e sollecitandoci invece a considerare le ingiustizie, i soprusi, gli orrori e le loro cause profonde. Ne sono esempi, in campo letterario, il romanzo di critica sociale (Moll Flanders di Daniel Defoe, Le avventure di Oliver Twist di Charles Dickens, La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, Germinale di Émile Zola, Furore di John Steinbeck, Fontamara di Ignazio Silone), il romanzo di aperta condanna storica (Tempi difficili di Charles Dickens, I Miserabili di Victor Hugo, Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn, Se questo è un uomo di Primo Levi), il romanzo di costume (Vanity Fair, di William Makepeace Thackeray, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) e la satira (Una modesta proposta di Jonathan Swift e La fattoria degli animali di George Orwell); in campo musicale, le canzoni di protesta; in campo figurativo, dipinti quali Guernica di Pablo Picasso, Il 3 maggio 1808 di Francisco Goya e La notte di Max Beckmann; e, più in generale, tutta l’arte cosiddetta “impegnata”. È inevitabile, a questo proposito, citare le sarcastiche parole che Macheath (Mackie Messer)—il noto malavitoso nell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht—pronuncia mentre attende che lo impicchino:
Signore e signori voi vedete di fronte a voi, ancora per pochi minuti, l’esponente di una razza che anche essa circolerà per il mondo ancora per poco. Noi piccoli artigiani borghesi, che troviamo nel piede di porco l’utensile e nella piccola cassaforte del bottegaio lo scopo della nostra attività, ci avviamo ormai ad essere inquadrati ed assorbiti dalla grande impresa, alle cui spalle stanno i grandi trust bancari. Volete mettere un grimaldello contro un pacchetto di azioni? Sfondare una banca di fronte al ‘fondare’ una banca? L’uccisione di un uomo contro la trasformazione di un uomo in una macchina?” (traduzione di Ettore Gaipa, Gino Negri e Giorgio Strehler).In questi casi, l’arte dirige la nostra attenzione su ciò che di solito non vogliamo vedere, sulle cause profonde dei mali delle nostre società, sui motivi del nostro disagio e del nostro malessere esistenziale. In tal modo, essa ci aiuta, e talvolta costringe, a prendere coscienza delle contraddizioni che caratterizzano le nostre società e il nostro stesso comportamento.
Ma l’arte può anche dirigere la nostra attenzione su realtà totalmente nuove e diverse che difficilmente riusciremmo ad immaginarci da soli.
Un ruolo del tutto speciale lo giocano qui le opere di meta-narrativa e concettuali, in cui l’artista mette a nudo i processi della sua stessa elaborazione artistica. Le tele di René Magritte, i Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello, la famosa scena del teatro-nel-teatro nell’Amleto di Shakespeare e opere cinematografiche quali Vero come la finzione di Marc Forster ci portano a riflettere sull’arte stessa, sui suoi mezzi e la sua funzione. Queste opere ci introducono in un mondo—quello artistico, appunto—alternativo a quello in cui usualmente viviamo. Esse ci aiutano a prendere coscienza che la realtà quotidiana in cui viviamo, fatta di faccende pratiche da sbrigare, di obblighi familiari, impegni di studio e di lavoro, e così via, non è l’unica possibile; che, esiste anche un’altra dimensione—quella dell’arte—con le sue specifiche regole, le sue modalità e le sue finalità.
Tuttavia, tra le opere che ci portano a vedere realtà totalmente nuove e diverse, un peso senz’altro ben più determinante lo hanno quelle che sanno prefigurare nuove possibilità di società e di umanità. Non si tratta qui tanto di opere di fantascienza che dipingono possibili nuovi mondi materiali realizzabili grazie alle scoperte scientifiche e tecnologiche. Si tratta piuttosto di opere che sanno alimentare le nostre speranze per un’umanità e una società migliori, che sanno mostrarci come noi esseri umani possiamo trasformare il nostro animo lasciandoci alle spalle ingiustizie, atrocità, miserie, orrori e meschinità.
Queste opere rispondono a quella che per me è la più alta e nobile funzione dell’arte: la funzione che possiamo definire—adottando la specifica definizione data da Ernst Bloch3—utopica, la quale rende l’arte superiore a ogni altro tipo di esperienza umana e che tutte le riassume.
Opere come i Vangeli, La Divina Commedia di Dante Alighieri, I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, Resurrezione di Lev Tolstoj, Delitto e castigo di Fëdor Dostoevskij, Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry e Oltre le barriere del pensiero di Guido Cornia sono espressioni di ribellione contro le limitazioni e le “false coscienze” del presente e, al contempo, espressioni di speranza: sanno illuminare le nostre coscienze e prefigurare realtà ancora non compiute, spingendoci al rinnovamento e al cambiamento interiore. Negli altri ambiti artistici, potenti ed ineguagliabili motori propulsivi per la trasformazione individuale e sociale e l’elevazione delle nostre anime, sono a mio papere: tra le opere musicali, il Requiem In D Minor, K 626 di Wolfgang Amadeus Mozart, le sinfonie di Gustav Mahler, i Piano Concerto e la Sinfonia n. 2 in mi minore, Op. 27 di Sergej Vasil’evič Rachmaninov; tra quelle figurative, il Giudizio Universale e La Creazione di Adamo di Michelangelo Buonarroti, l’Estasi di Santa Teresa d’Avila di Lorenzo Bernini, La Gloria di Sant’Ignazio di Andrea Pozzo, le opere post-impressioniste di Vincent van Gogh e molte delle prime opere astratte (1910-1920, circa) di Vasilij Vasil’evič Kandinskij; e, tra le opere architettoniche, le cattedrali gotiche, la Mole Antonelliana di Alessandro Antonelli, la Torre Eiffel di Gustave Eiffel e la Sagrada Família di Antoni Gaudí.
Questa mia breve riflessione sul potere dell’arte, sulla sua capacità di vincere gli orrori, la morte e, in definitiva, i limiti dell’umano, mi ha portato inevitabilmente ad elencare—senza alcuna pretesa di esaustività—varie funzioni dell’arte, e ad esemplificare con alcuni generi e opere ognuna di queste funzioni (per quanto la mia esemplificazione risulti inevitabilmente incompleta e approssimativa, dal momento che una stessa opera può assolvere più funzioni. Madame Bovary e Anna Karenina, ad esempio, che ho richiamato come testi che ci permettono di esplorare in tutta sicurezza le nostre reazioni emotive, sono anche romanzi di costume e di critica sociale, oltre che capolavori di raffinatissima bellezza).
Come abbiamo visto, l’arte può non solo distrarci, divertirci, o consolarci, ma può anche istruirci, guidarci, farci riflettere, prendere coscienza, darci speranza ed elevarci. L’arte non si limita quindi a raffigurare e descrivere la realtà, né ad edulcorarla, ma la interpreta, illumina, celebra, nobilita e può persino intervenire su di essa fino a trasformarla, trasformandoci. Ricorrendo ai versi di Antonio Ferragamo con cui abbiamo aperto queste riflessioni, possiamo riassumere questa molteplicità di funzioni dell’arte dicendo che l’arte “canta la Vita”.
È di certo un fatto che l’arte talvolta sa cantare così bene la vita da apparirci un’auspicabile e desiderata alternativa alla vita stessa. Però non illudiamoci. La vita è la vita, e l’arte è l’arte. L’arte non potrà mai sostituirsi alla vita. Senza la vita non ci sarebbe l’arte. Ma è anche vero che senza l’arte che la canti, la vita non sarebbe più quella che ora ci sembra. Soprattutto, senza l’arte che la canti, alla vita mancherebbe chi la sa rendere immortale. Come diceva Shakespeare (Sonetto 18)4:
ogni bellezza di sua beltà si va spogliando, dal caso sciupata o dal corso mutevole della natura. Ma la tua estate eterna non appassirà mai, né mai perderà la bellezza che le è propria, e la morte non menerà vanto che tu vagoli nell’ombra sua, quando tu grandeggerai nel futuro in versi eterni. Fin tanto che un uomo respiri o gli occhi vedano, questi versi vivranno ed essi ti daranno vita.
Nota: questo testo è stato presentato in un mio webinar, disponibile su YouTube:
https://en.wikipedia.org/wiki/Yurii_Kerpatenko
Proust, Marcel. 2010. Il tempo ritrovato, traduzione di Maria Teresa Nessi Somaini, Milano: BUR).
Bloch, Ernst. 1988. The Utopian Function of Art and Literature. Cambridge, MA, London: the MIT Press.
Shakespeare, William. 1941. I Sonetti. Traduzione di Piero Rebora. Firenze: Sansoni.
Citation
Marchetti, G. (2025). Perché l’arte? Aletheia - A Journal of Literary and Linguistic Studies, Vol. I, Number 3. https://doi.org/10.5281/zenodo.17391467
TYPE: Essay
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